Enzo G. Castellari, La via della droga (1977)
La via della droga si dispiega tra Cartagena, Hong Kong, Amsterdam, Roma e New York, in flash successivi nei titoli di apertura. Con Fabio Testi che spunta ovunque e fa la sua parte, tra l’atletico e il cow-boy.
Si capisce, all’aeroporto di Roma, che ha qualche tipo di rapporto con il commissario Hemmings, all’insaputa del resto della polizia, e che si trova coinvolto in maxi-operazioni che riguardano traffici di stupefacenti.
Ma poi la prima parte del film vira, e descrive gli ambienti che ruotano attorno a Gillo e a Vera, una coppia di tossicodipendenti.
Quindi Testi torna prepotentemente protagonista assoluto e sgomina tutti, mancando tuttavia della caratura e della credibilità necessarie.
Forse è più facile, per i film cosiddetti di serie B, passare il confine tra il divertimento e la boiata, tra l’artigianalità e la cialtroneria, tra la disattenzione programmatica e l’umorismo involontario.
O forse, per questo La via della droga si è verificato un concorso sfortunato di cause, dalla fastidiosa superficialità sociologica alla sceneggiatura lacunosa e con forzature, dalla cattiva gestione dei personaggi (e direzione degli attori) agli improbabili raccordi tra sequenze narrative, e perfino (per Castellari!) indecisioni nel montaggio e staticità delle scene.
Castellari riesce a mettere delle pezze, con i consueti disposizione e utilizzo degli spazi e con qualche sparatoria stile western, ma stavolta risultano poca cosa e comunque insufficienti nell’economia globale del film.
[Recensione comparsa anche qua, con qualche dettaglio in più.]