Terry Gilliam, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009)
Da queste parti si vuole un gran bene a Terry Gilliam, di certo lo si ammira moltissimo, e si spera e ci si augura che ce la faccia.
Allora si segue con attenzione questo carrozzone di cantastorie e circensi, che rimanda a tradizioni neanche così lontane ma lo stesso antichissime, e che però manca totalmente di ritmo (e forse lo sa o di certo se ne frega) e gira a mille con il cambio in folle.
E si fa bene a restare, a godersi i particolari e i dettagli, anche di scenografie e costumi, che riempiono le scene, gioia e abbondanza senza dover pensare agli horror vacui, perché nella chiamiamola seconda parte l’immaginazione esplode, le situazioni pure, la storia e le storie assumono un senso e vi procedono.
Non possono fare altro, in fondo. Così, anche la riflessione sul loro stesso statuto può acquisire il suo senso compiuto.
E il diavolo non può ingannare, in quanto delle storie ha bisogno anche lui. Anzi, lui più di tutti, perché in un mondo privo di difetti e di peccati, e del desiderio di eliminarli, non ci sarebbe bisogno di narrazioni.