Collaborazioni

dicembre 29, 2007 at 5:24 pm (Blogroll, dottor carlo, segnalazioni)

Da oggi pomeriggio ho l’onore di venire ospitato sul bel sito di Sottotomo.
Lì mi occuperò della recensioni di libri, specialmente opere da cui è stato poi tratto un film.

Ho cominciato con un romanzo capolavoro: Paranoid Park, di Blake Nelson.

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Irina Palm

dicembre 26, 2007 at 12:41 pm (Cinema, recensioni)

Una nonnina very British accetta un impiego da masturbatrice per raccogliere i soldi che serviranno a salvare la vita al nipotino, che deve arrivare in Australia per sottoporsi all’operazione.

Ero partito scettico, che a me queste storie sottoforma di commedia non è che garbino più di tanto, ma mi sono ricreduto e ho cambiato atteggiamento man mano che la pellicola scorreva e che scoprivo la sua scelta tonale.

Perché è proprio il tono, la marca qualitativa del film.
Garbato, leggero e un po’ mèlo.
E che può essere fantasticamente simboleggiato dal contrappunto tra il lieve sorriso che permane nello spettatore, l’atteggiamento dimesso della protagonista e i riff di chitarra decisi e malinconici del gruppo belga indie-(pop/)rock Ghinzu.

Inoltre, viene rafforzato dalle interpretazioni dei due ottimi protagonisti.
Marianne Faithfull è pressoché perfetta, nella mimesi di questa atmosfera, con una recitazione composta e volutamente sotto le righe, ma allo stesso tempo decisa e convinta.
A Miki Manojlovic, poi, il carattere sembra trasparire dagli occhi e dal viso segnato, e dai sottili ma percettibili movimenti delle labbra.

Tre scene, principalmente, testimoniano della riuscita e dell’intelligenza del film.
Evitando spoiler:
Il primo complimento che Marianne fa a Miki.
La resa della situazione “proppiana” della rivincita del protagonista vessato nei confronti di una situazione cha dall’inizio gli dà noia (in questo caso, i due che trombano in auto sotto casa di Marianne con lo stereo a palla).
La conclusione della storia tra Marianne e la sua ex collega, con dialogo dove ognuna presenta il suo punto di vista ma la cui valutazione viene lasciata, senza forzature, allo spettatore.

Si perdonano al regista Garbarski alcuni difetti, come soprattutto lo sbrocco del figlio di Marianne, tanto eccessivo da rasentare il gratuito.

Si plaude, in sostanza, a questa commedia atipica e sorprendente.

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Le vie dei farmaci

dicembre 24, 2007 at 9:48 am (Cinema, merdate, recensioni)

15 milioni di morti all’anno, 40 mila morti al giorno, per malattie stupide che si potrebbero curare in un attimo.

Un vero e proprio “genocidio selettivo”, lo chiama il signor Hamied, presidente della casa farmaceutica indiana specializzata nella produzione dei cosiddetti generici, medicinali a basso costo che contengono i medesimi principi attivi di quelli carissimi. Ma che per subdoli motivi non sempre si possono vendere.

Perché curare i poveri non conviene alle multinazionali farmaceutiche, un autentico cartello che da solo ha profitti superiori della somma di quelli delle 490 multinazionali che lo seguono nella classifica dei più ricchi.
Si parla dei fantastiliardi di Paperone.

Una vera, autentica, gigantesca merda. Se si pensa poi che il diritto alla salute è tra quelli riconosciuti come internazionali e naturali dell’uomo. (In Mozambico la durata media della vita arriva solamente a 36 anni.)
Raramente la distanza tra aspirazioni e fatti concreti (di una concretezza di fango indurito) è stata tanto più grande ed evidente, coperta da coltri di nebbia composte di ignoranza e ipocrisia.

Ma questa è anche (in parte) una mia lettura, posteriore, valutativa e condita di elementi personali.
I registi, piuttosto, scelgono un tono poco scandalistico o provocatore, basato più che altro sulla inappellabilità di cifre e numeri.
Sebbene le storie, le interviste e le testimonianze che si alternano a questi dati parlino da sole, con una forza propria che forse abbisogna di poco altro.

Tuttavia, in effetti manca un po’ di chiarezza, alcuni passaggi, pure a causa del montaggio, riescono oscuri, anche perché si trattano argomenti che riguardano da vicino, oltre che la politica, soprattutto l’economia (la finanza) e la giurisprudenza.
E determinati concetti non sono immediati per chiunque.

Ed è un peccato, perché questo difetto di resa va a danneggiare anche il coinvolgimento dello spettatore, fa diminuire la presa del film.
Nonostante si sia tentato di organizzare artisticamente il girato, provando a disporlo secondo un attento linguaggio filmico che per l’uso di materiale d’archivio (Istituto Luce), di spezzoni del primo Frankenstein, di parti animate, di immagini di repertorio televisivo, può ricordare lo stile dei documentari di Davide Ferrario, piuttosto che di Godfrey Reggio (Koyaanisqatsi) o di Michael Moore (che sono stati citati in sala nella discussione seguita alla proiezione).

In ogni caso, lo strapotere delle multinazionali farmaceutiche, che badano esclusivamente ai profitti piuttosto che alla salute, è un problema che riguarda anche gli Occidentali, se si pensa che la loro influenza sul Sistema è arrivata a modificare perfino il concetto di malattia, creando il “disturbo dell’attenzione” (Add) e quello “dell’iperattività” (Adhd). Che ovviamente si devono curare con medicinali piuttosto invasivi, somministrati anche ai bambini.
E se si pensa che i farmaci più venduti sono gli antidepressivi, piuttosto che i salvavita.

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Caro Babbo Natale

dicembre 21, 2007 at 10:22 am (considerazioni, extravaganze, speranze)

Caro Babbo Natale, visto che la tua e-mail mi è stata girata dal Musicante, mi unisco a lui nella richiesta di serenità, che mi piace meglio chiamare tranquillità.
Che se siamo in due magari ci ascolti un po’.

Un minimo di tranquillità in più in ogni persona potrebbe finalmente portare ad abbassare i toni.
La tranquillità permette alla mente di non lasciarsi offuscare troppo dalle emozioni negative, e stempera e disciplina tutte le altre.

Inoltre, la tranquillità fa sì che si comprenda meglio, si valuti più distesamente. Può portare, allora, a quelle che da sempre sono il mio pallino, la coscienza e l’autocoscienza.
Perché se le persone vedessero davvero chi sono, cosa fanno e che cosa succede in generale, dubito che proseguirebbero; e rispetterebbero maggiormente il dolore altrui.

E quindi, la terza richiesta non può che essere costituita da una volontà profondamente sincera di cambiare.

Ho finito, caro Babbo Natale. Non so se ho compreso bene il funzionamento della cosa, ma spero che valga lo stesso.
Posso inoltrare a due persone piuttosto che a una? Ti assicuro che non ti arriverà dello spam, se queste saranno Panza e Sonia.

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Paranoid Park

dicembre 14, 2007 at 2:57 pm (Cinema, recensioni)

Come una poesia per un lettore poco avvezzo, o come una qualsiasi opera impegnativa, il film di Gus Van Sant ha bisogno di sedimentare e decantare.
Come per tutti questi, tuttavia, la prima impressione rimane, sebbene possa andare a inserirsi in un discorso più vasto, modificando in vario grado la sua portata originaria.

La storia è semplice. Nel contesto di una città americana piuttosto provinciale, un sedicenne ciondola un po’ alieno e molto
adolescente tra liceo, genitori separati, una ragazza cheerleader di plastica, un amico skateboarder con cui prende a frequentare la pista “border-line” Paranoid Park, un’amica di sensualità non canonica un po’ dolce un po’ saggia.

L’esile trama, per il suo andamento antinarrativo, non nasconde pertanto l’interesse di Van Sant per lo sperimentalismo linguistico, su cui si concentra mediante i movimenti dei corpi nello spazio, le loro presenze assenti, le fluide immobilità orientali, i silenzi, la scelta di punti di inquadratura inusuali e a volte estremi, l’utilizzo di varie tecniche (e di vari supporti) per le riprese.
Ma in special modo, Van Sant lavora con un elemento spesso sottovalutato nella produzione filmica, il sonoro. Attraverso il sonoro (al di là di una colonna strepitosa, che va da Beethoven a Elliot Smith passando per Nino Rota), egli sembra volere usufruire degli effetti generati dal senso dell’udito, con il suo essere olistico, avvolgente, totalizzante.

In Last Days la scena più bella, che da sola vale anche l’intero film, è quella del lungo lento carrello all’indietro all’esterno della casa del protagonista. Lo vediamo passare ogni tanto, da fuori della finestra della sala prove, di sfuggita, per andare a provare i diversi strumenti, i quali continuano a suonare “da soli” quando lui ne lascia uno per prenderne un altro. Questo artificio crea effetti di senso su un piano diverso da quello razionale, genera sensazioni non verbalizzabili.

In Paranoid Park questa ricerca compie un passo ulteriore. Si odono spesso suoni, rumori, perfino voci bisbigliate, che non fanno parte della scena che si sta mostrando; non solo possono essere dislocati nello spazio, ma anche nel tempo, provenendo da altre scene, a volte addirittura soltanto immaginate. Questo crea rimandi tra le varie parti, le unisce nella maniera che si diceva olistica e totalizzante, dal momento che come in una poesia, appunto, si ricercano sensi su un altro piano rispetto a quello puramente verbale o visivo.
E insieme costituisce il corrispettivo sonoro delle trovate linguistiche accennate sopra, oltre che dei continui scivolamenti temporali dello scritto, scivolamenti piccoli e grandi sempre però tutti all’interno di una struttura chiusa, che ritorna su se stessa come una sfera.

Tuttavia, Van Sant sembra lasciarsi prendere un po’ la mano, la patina e gli artifici sanno a volte di maniera, si eccede negli estetismi. Forse sarà per l’inabitudine a questo tipo di linguaggio, forse l’opera ha ancora un equilibrio strutturale così delicato che determinati elementi assumono un peso relativo maggiore rispetto ad altri. Fatto sta che il film non pare pienamente riuscito.

Ma la strada intrapresa è di sicuro ed estremo interesse per l’eventuale fondazione di quello che potrebbe costituire un nuovo linguaggio filmico.
Si ha motivo di sperare che prima o poi si potrà gridare al capolavoro. Per cui: ottimo, Gus, continua così.

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Medicinali

dicembre 9, 2007 at 10:13 pm (Cinema, concerti, dove vado, merdate, Musica, segnalazioni)

Altra settimana con appuntamenti interessanti, che mi vedranno partecipe altrimenti questo si trasforma in un blog di servizio.

Martedì 11, al cinema Lumière di Bologna, ci sarà la proiezione del film documentario “Le vie dei farmaci”, con la presenza per successiva discussione di Monica Minardi, operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere.
E in questo caso il dibattitone ci sta tutto, visto che il film parla dei 40 mila morti al giorno nei Paesi poveri per via della inaccessibilità a farmaci anche banali. Indovinate perché. Motivi politici ed economici, per cominciare; poi ragioni sociali e mediche. Questa ennesima merda è documentata a livello mondiale dai due registi.
Che, mi dicono, hanno elaborato un’opera che risulta interessante anche sul piano del linguaggio filmico.
(E grazie a Sara per la dritta.)

Cambiando totalmente argomento, sabato sera all’Estragon concerto di Cristina Donà. Oramai quasi vent’anni di validissima musica italiana e non solo italiana. Autrice e cantante di grande spessore; 15 euro li vale tutti quanti.

Resto tangenzialmente in tema musica con l’ultima segnalazione. Festa-concerto di chiusura della campagna abbonamenti di Città del Capo – Radio Metropolitana (di cui ho già parlato qua), domenica al Locomotiv. La radio compie venti anni; mica brustolini.

Partecipatevi.

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AudioMappe

dicembre 8, 2007 at 4:35 pm (dottor carlo, Radio, segnalazioni)

Dopo il bel concerto di ieri, forse questa sarà una serata chill-out, in mezzo a vecchi amici in tranquillità e armonia di sentimenti.
Ma chissà, magari verso una certa ora, quando i più piccoli dormiranno, si potrà fare una scappata per scorrazzare da qualche parte.

A casa, comunque, intanto si potrà ascoltare MAPS BY NIGHT, ossia l’inizio della campagna abbonamenti di Città del Capo – Radio Metropolitana. Che è la mia radio preferita, con programmi interessantissimi di ogni tipo di cultura, attenzione a tutti i tipi di musica e relative novità, approfondimenti seri su politica, sociale e attualità. Pressoché perfetta.

Fa parte di una cooperativa e ha bisogno di sostenitori.

Inoltre, l’abbonamento non costa troppo, e per gli studenti pochissimo, vale per un anno, e con tutte le agevolazioni e gli sconti che offre personalmente mi sono abbondantemente rifatto della cifra spesa…

E poi la trasmissione di cui sopra, che comincia alle 22:30 e finisce la mattina dopo, se non ho capito male dovrebbe essere quella che fino all’anno scorso si chiamava: “La notte dei morti viventi”… oltre a mettere un link vi copio qua un pezzo di quanto si dice: “fino a quando resistiamo, quiz, domande, gag per una diretta che vedrà coinvolti numerosi personaggi, interni e esterni alla radio. Avremo inviati in giro per la città da comandare a bacchetta, e ci chiederemo (e vi chiederemo) quali sono i motivi per rimanere a Bologna”.

I conduttori dovrebbero essere quelli di secondavisione, Luciana la Papessa, Francesco e Tommaso.
Il divertimento è assicurato. Vi invito a farci un passaggio, anche solo di sfuggita.
Io in qualche modo, ovviamente da casa, dovrei riuscire almeno a fare una telefonata.

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Rino last minute

dicembre 7, 2007 at 6:17 pm (concerti, dove vado, last minute, Musica)

Stasera all’Estragon (link qui a lato), dalle nove e mezza proiezione dei videoclip e di materiale inedito di Rino Gaetano e 22:45 circa concerto della RINO GAETANO BAND.

Giuro che non ci sarà Santamaria…

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Ai confini del paradiso

dicembre 7, 2007 at 12:05 am (Cinema, recensioni)

Anche io, come Sonia, devo far depositare e poi metabolizzare, specie in presenza di film di sicuro non semplici.

La vicenda si svolge in un lunghissimo flash-back, introdotto da una scena di cui solo verso la fine si scoprirà il senso.
E questo è solo un particolare della complessità di costruzione della trama, che procede, anche al suo interno, in tre microstorie dall’andamento circolare e allo stesso tempo a incastro, che si sfiorano per toccarsi quasi solo tangenzialmente, come alcuni dei loro protagonisti.
Costruzione molto ben fatta, c’è da dire, che rivela sicurezza e sapienza di scrittura.

Si trovano tuttavia delle forzature, si vede la mano che manovra il caso. In incidenti improbabili così come in situazioni quasi paradossali.
Poco male, l’intento può essere un altro, queste trovate possono anzi servire come consiglio: attento, spettatore, non guardare il film in questo modo, con l’occhio realista: si vuole significare altro, devi cogliere oltre.

E infatti, il nucleo sembra soprattutto quello esistenziale, tra difficili rapporti familiari intrecciati a questioni etniche (tedesca e turca) e percorsi individuali alla ricerca di ragioni e di motivazioni per vivere, per colmare i propri vuoti e mancanze.

Ma allora perché ci si mettono in mezzo anche prostituzione, terrorismo, fondamentalismo islamico, globalizzazione, militanza, omosessualità, ruolo della cultura, attualità politica … ?

Va bene, ma in fondo c’è qualcosa che riesce a tenere unito il tutto, oltre alla penna, ed è il tono: malinconico, pacato, a tratti pudico (tanto che si sceglie il fuori-campo per le scene più forti, o comunque un approccio in un modo o in un altro traverso, mai frontale – come già era stato fatto nella Sposa turca).

Eppure, non basta il tono per far coesistere stili diversi.
Per cominciare, il realismo “caricato”, sfociante nel mèlo, di Fassbinder; con la sua antiretorica, perfino il suo modo di dipingere i personaggi, se si concorda che non sia un caso che proprio Hanna Schygulla, attrice fassbinderiana per eccellenza, pronunci la frase forse più ipocrita del film, con la stessa modalità apparentemente fredda e piatta dei film del compianto regista tedesco, parlando della situazione turca e dell’imminente “entrata in Europa” di quel Paese.
Insieme, però, ogni personaggio viene compartecipato; Akim non riesce a nascondere, e probabilmente non lo vuole, l’affetto per tutte le sue creature.
Distanza e vicinanza non paiono amalgamarsi nella riuscita estetica, sebbene possano stare a significare il medesimo concetto della trama.

Allo stesso modo, la portata simbolica dietro certa banalità realistica stride un po’ con il mostrare la violenza nei cortei, e ancora di più con la stessa sterzata esistenziale della seconda parte del film.

In sostanza, non si può negare che il film sia bello, ma non riesce a essere del tutto convincente; per alcuni versi appare irrisolto e discontinuo, senza inoltre evitare una sensazione di compiacimento.

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Energia

dicembre 5, 2007 at 11:57 pm (considerazioni, dottor carlo, dove vado, segnalazioni)

Negli anni Trenta del Novecento nasceva in Giappone l’Aikido, un’arte marziale il cui senso profondo, al di là e a monte del puro combattimento, risiede nell'”armonizzazione attraverso l’energia”.

Molti secoli prima, in Cina, tutta una serie di tecniche e di esercizi fisici e mentali furono pensati e messi a punto per fini medici e salutari: efficienza dell’organismo, salvaguardia dalle malattie e dalla vecchiaia, spinta alla longevità. Da questi principi, e con influssi da parte del Kung-fu, prese forma intorno al Trecento il Taijiquan (Tai Chi Chuan).

Howard Y. Lee, sinoamericano studioso di agopuntura e maestro di Kung-fu, a partire circa dagli anni Settanta del secolo scorso ha cominciato a praticare e a fare conoscere una nuova disciplina, The Light Of Life. Abbandonato il lato marziale, in essa si fondono poteri benefici e curativi, su più piani: fisico e mentale, intuitivo e creativo, corporeo e spirituale.

La mente diviene più agile, sciolta e pronta ad approcciare alle cose da punti di vista molteplici; si riescono a disciplinare e a utilizzare meglio gli eccessi di energia che alcuni hanno con sé, nonché di stimoli cui si è sottoposti.

Nonostante il nome un po’ new-age e le mie abbastanza salde convinzioni per lo più neopositiviste (con conseguente scetticismo), la personale sete di conoscenza mi ha portato a sperimentare questa pratica.
Devo ammettere, dopo due mesi buoni, che sto ricavandone risultati. Sento che alcuni meccanismi sedimentati e nocivi si stanno cominciando lentamente a rimuovere.

Ciò che inoltre ha avuto per me importanza è il fatto che non vi è nessuna religione in ballo, niente coercizioni o repressioni.
Ancora di più, non viene richiesto di aderire a organizzazioni, e i non molti, fondamentali esercizi che si apprendono possono essere tranquillamente praticati a livello individuale e indipendentemente da un maestro.

Personalmente, non so se continuerò con le lezioni, per motivi di tempo e di economia (non è che un corso costi moltissimo, ma le finanze di un precario impongono purtroppo delle scelte).
Tuttavia, sono contento di quanto mi è stato trasmesso. Penso che continuerò da solo a praticare, magari in vista di periodi diversi.
Ho poi conosciuto dei nuovi piani che meritano di essere considerati e magari approfonditi, ché in effetti il neopositivismo non risponde a tutto.

Se si desidera saperne di più, domenica 9 dicembre a Bologna si terrà un incontro gratuito aperto a tutti, alle 15:00 nella Palestra dell’Istituto Commerciale Manfredi (Viale Felsina 40).
Sarà presente Howard Lee.
Che finalmente, con ogni probabilità, potrà conoscere il Dottor Carlo.

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