Ai confini del paradiso

dicembre 7, 2007 at 12:05 am (Cinema, recensioni)

Anche io, come Sonia, devo far depositare e poi metabolizzare, specie in presenza di film di sicuro non semplici.

La vicenda si svolge in un lunghissimo flash-back, introdotto da una scena di cui solo verso la fine si scoprirà il senso.
E questo è solo un particolare della complessità di costruzione della trama, che procede, anche al suo interno, in tre microstorie dall’andamento circolare e allo stesso tempo a incastro, che si sfiorano per toccarsi quasi solo tangenzialmente, come alcuni dei loro protagonisti.
Costruzione molto ben fatta, c’è da dire, che rivela sicurezza e sapienza di scrittura.

Si trovano tuttavia delle forzature, si vede la mano che manovra il caso. In incidenti improbabili così come in situazioni quasi paradossali.
Poco male, l’intento può essere un altro, queste trovate possono anzi servire come consiglio: attento, spettatore, non guardare il film in questo modo, con l’occhio realista: si vuole significare altro, devi cogliere oltre.

E infatti, il nucleo sembra soprattutto quello esistenziale, tra difficili rapporti familiari intrecciati a questioni etniche (tedesca e turca) e percorsi individuali alla ricerca di ragioni e di motivazioni per vivere, per colmare i propri vuoti e mancanze.

Ma allora perché ci si mettono in mezzo anche prostituzione, terrorismo, fondamentalismo islamico, globalizzazione, militanza, omosessualità, ruolo della cultura, attualità politica … ?

Va bene, ma in fondo c’è qualcosa che riesce a tenere unito il tutto, oltre alla penna, ed è il tono: malinconico, pacato, a tratti pudico (tanto che si sceglie il fuori-campo per le scene più forti, o comunque un approccio in un modo o in un altro traverso, mai frontale – come già era stato fatto nella Sposa turca).

Eppure, non basta il tono per far coesistere stili diversi.
Per cominciare, il realismo “caricato”, sfociante nel mèlo, di Fassbinder; con la sua antiretorica, perfino il suo modo di dipingere i personaggi, se si concorda che non sia un caso che proprio Hanna Schygulla, attrice fassbinderiana per eccellenza, pronunci la frase forse più ipocrita del film, con la stessa modalità apparentemente fredda e piatta dei film del compianto regista tedesco, parlando della situazione turca e dell’imminente “entrata in Europa” di quel Paese.
Insieme, però, ogni personaggio viene compartecipato; Akim non riesce a nascondere, e probabilmente non lo vuole, l’affetto per tutte le sue creature.
Distanza e vicinanza non paiono amalgamarsi nella riuscita estetica, sebbene possano stare a significare il medesimo concetto della trama.

Allo stesso modo, la portata simbolica dietro certa banalità realistica stride un po’ con il mostrare la violenza nei cortei, e ancora di più con la stessa sterzata esistenziale della seconda parte del film.

In sostanza, non si può negare che il film sia bello, ma non riesce a essere del tutto convincente; per alcuni versi appare irrisolto e discontinuo, senza inoltre evitare una sensazione di compiacimento.

12 commenti

  1. ilmusicantedellabrettìa said,

    Io sinceramente non sono del tutto d’accordo. Trovo che la tua analisi sia un po’ troppo impostata su archetipi positivi eccessivamente rigidi, ai quali tenti costantemente di far riferimento in maniera a volte necessariamente forzata. Secondo me (e parlo da assoluto dilettante ed inesperto di cinema) la chiave per capire il senso profondo di questo film è il simbolismo delle strutture, che si riverbera sui personaggi e necessariamente sulle situazioni, sui dialoghi, sull’evoluzione della storia. Altrove ho proposto un paragone tra questo film e il meccanismo poetico della sestina di Arnaut Daniel e di Petrarca: così come nella sestina il primo elemento portatore di significato è, a mio avviso, la struttura stessa della forma poetica, ed essa condiziona di conseguenza anche lo svolgimento logico dei fatti (che pure non ne risulta mai compromesso: noi non ci scandalizziamo se Daniel deve fare qualche capriola sintattica per far rimare in ogni strofe unghia e zio), allo stesso modo in questo bellissimo film la grande potenza simbolica della trama distorce e condiziona le situazioni concrete della storia, quelle situazioni che noi siamo abituati a vedere interpretate in ben altra chiave nel cinema europeo. Quindi secondo me, se è verissimo come dici tu che alcune scene (e in generale anche il taglio di alcuni personaggi, vedi la mamma di Lotte) scadono nel forzato e nel paradosso, è altrettanto vero che questo effetto è voluto e calcolato dal regista, che sembra voler mettere in primo piano i meccanismi interni della trama (che secondo me, ripeto, somiglia in tutto a una sestina) attraverso particolari sottili (per esempio il ciclico riapparire, in situazioni e luoghi diversissimi, dei due turchi che all’inizio minacciano la prostituta). Per quanto riguarda poi le citazioni nel film delle questioni sociali tipicamente turche – e in ultima analisi la presenza stessa della Turchia e di Istanbul nel film – io sono dell’avviso che il regista le abbia lasciate volutamente sullo sfondo, utilizzandole come necessario materiale spaziale nella trama, ma senza assolutamente averne voluto fare un elemento fondamentale del film (ad esempio Istanbul: della città viene suggerito pochissimo, sia pure con pennellate sapienti che risentono tantissimo dell’esempio di Pamuk a mio avviso).
    Insomma a me il film è piaciuto molto, soprattutto sotto l’aspetto strutturale e simbolico della trama; l’unica pecca è la colonna sonora (da un film turco mi aspettavo molto di più), che però si fa tutto sommato perdonare negli ultimi dieci minuti e nei titoli di coda (con un assolo di kaval tra i più belli finora incocciati in una sala cinematografica da me).
    E comunque ho passato una serata bellissima, di cui vi ringrazio. 🙂

  2. la coniglia said,

    Sono affascinata dal post e dal commento…voglio vedere anche io il film per farmi un’idea…

  3. dottorcarlo said,

    Non mi pare di sentire nessun archetipo (?) e nessuna “forzatura necessaria”.
    Molto acute, comunque, le tue osservazioni. E soprattutto inserite in una teoria coerente.
    Ma forse il loro punto debole è la supposizione implicita che questo giovane regista sia una specie di genio… il che è quantomeno opinabile.

    D’accordo, invece, sul fatto che la situazione sociopolitica rimanga volutamente sullo sfondo, sebbene ciò non tolga che sia uno dei tantissimi elementi messi da Akin nel calderone.

    Per la musica, potresti recuperarti “Crossing the bridge – The sound of Istanbul”, dello stesso regista.

    Grazie per l’intervento, di sicuro arricchente.

  4. saretta said,

    non ero preparata a un commento lungo come il post…
    ho bisogno di tempo!! 😉
    nasce il dibattito……… bello!

    scusa doc se ti ho fatto fretta!

    corri a vederlo franci!! così ne parliamo tutti quanti!!

    per ora buona giornata!

  5. sonia said,

    Cavolacci…posso fare un commento da dilettante leggendo i fondi del caffè?
    Più tardi però che ora sono incasinata (e infatti confesso di non avere letto ben benino nè il post di Carlo nè quello di Musicante!
    Coniglia vai al cinema che facciamo maschi contro femmine 😉 !!!

  6. ilmusicantedellabrettìa said,

    Beh dottorcarlo, forse più che essere convinto che il regista in questione sia un genio diciamo che ancora risento della prima positivissima impressione che ho avuto. Magari tra un mese sarò più lucido…

    Approposito, per la cronaca: il Levante continua a perseguitarmi. Oggi sono andato a trovare il mio amico liutaio e cosa aveva sul tavolo appena arrivato…. Un bellissimo kaval del Ponto, identico a quello che si vede e si sente nel film.

  7. dottorcarlo said,

    Caro musicante, non è detto che le nostre due letture si escludano.

    Diciamo che io ho privilegiato un approccio narratologico, partendo dal testo filmico, mentre tu sei stato (tras)portato a una visione poetica, forse più soggettiva forse fino a un certo punto (del resto un grandissimo russo dal nome di un medicinale era insieme filologo e semifilosofo, e ha anticipato e posto le basi per la narratologia…).

    Oh, ma non sono arido, eh?

  8. ilmusicantedellabrettìa said,

    Ma quale arido dottorcà!!!! Che il bello di averti come amico è proprio la tua capacità di essere profondissimo e insieme divertente… No dico ma dove lo trovi uno cosi? 🙂 Approposito mi sarei fatto un blogghetto!

  9. sonia said,

    Ah ecco dicevo io che sto musicante senza blog non ci suonava bene in questo blog dibattito! Dai mo che vogliamo incominciare a leggere!

  10. ilmusicantedellabrettìa said,

  11. Panzallaria said,

    devo assolutamente vedere questo film: magari quando uscirà in dvd ce lo rivediamo, anche tutti insieme. le storie che si intrecciano in maniera simbolica mi hanno sempre avvinta molto.

    scusate ma la frolla piange, avevo altre cose da dire. scusate

  12. sonia said,

    Okki, ora ho letto tutto con calma e attenzione. Ho pure fatto i comptiti sul mio quadernino. Condivido con Carlo l’idea degli incastri, che bisogna guardare oltre e anche l’idea di Musicante sul simbolismo delle strutture.
    Su tutti però dico che a me ha lasciato serenità e tranquillità.
    Mercoledì prossimo Beatles!??! 😀

    sonia

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