Mandiamolo a casa!

febbraio 25, 2008 at 3:21 am (Blogroll, merdate)

Ecco, oggi ero proprio pronto a postare di cinema, viste le numerosissime recenti uscite e dato che mi sono infilato una decina di film nel fine settimana, e invece mi tocca segnalare l’ennesima merda.

L’altra sera, in quella sottospecie di programma tv sedicente giornalistico che non nomino nemmeno, e di cui mi vanto di non avere mai visto neanche una puntata, c’è stato un autentico inno all’ignoranza e all’idiozia, sottoforma di scomposti attacchi e ridicole osservazioni/accuse verso il mondo della rete e dei bloggers.

Uno schifo davvero epocale, soprattutto per il fatto che chi non è particolarmente confidente con il web e con il mondo dei blog potrebbe bersi tranquillamente tutte le stronzate che sono state evacuate.

Questa disinformazione, inoltre, a parte il fatto che dovrebbe essere bandita in toto dalla tv, potrebbe nascondere un concreto e fondato timore che determinati meccanismi asserviti e servili possano venire scardinati dalla voce più libera e democratica della Rete.

Per cui, ringraziando (di nuovo!) Kekkoz che l’ha twitterato e il blog di Andrea da cui ho attinto più specificamente la notizia, invito tutti quanti a cercare di fare qualcosa per mandare a casa quello scandaloso inetto firmando questa petizione contro di lui.

Annunci

Permalink 8 commenti

Vergogna, decadenza, regresso

febbraio 14, 2008 at 11:54 am (considerazioni, merdate, segnalazioni)

Quanto accaduto a Napoli è semplicemente vergognoso.
L’ennesimo portato delle ingerenze della Chiesa e delle strumentalizzazioni politiche che ne fanno persone di assai dubbia moralità.
Insieme alla decadenza (e al crollo imminente?) dell’Impero Occidentale, ecco affacciarsi il nuovo Medioevo.

Come uomo, invito altri uomini a manifestare.
In questa occasione, un manifestante uomo vale per dieci persone.
Cliccate anche sul banner qui a fianco per altre informazioni e notizie.

Permalink 11 commenti

Into the wild

febbraio 8, 2008 at 8:30 pm (Cinema, recensioni)

Finalmente l’altra sera ho visto Into the Wild, e sono uscito un po’ perplesso.
Il film non mi ha convinto del tutto.

Dopo uno scambio di impressioni con l’amico Tommy B., che era con me in sala, sono tornato a casa e mi sono andato a leggere questo post dell’ottimo Kekkoz.
E ho scoperto che aveva dato voce, concettualizzandole, a pressoché tutte le mie sensazioni, nonché agli elementi notevoli di cui secondo me vale la pena di discutere.

Visto dunque che lui ha strutturato il suo pezzo come un dialogo immaginario, mi figurerò a mia volta di inserirmi e di fare il terzo commentante.

Chiarisco da subito che mentre a lui il film non è proprio piaciuto, io non sono così negativo nella mia valutazione, risulto meno *acrimonioso*.

Devo avvisare che quello che segue sarà pieno di SPOILER.

sono convinto che la tua insoddisfazione sia la solita solfa di matrice ideologica […] ammetto che al malgiudizio sul film ha contribuito in parte il fatto che, come altri avevano previsto, Christopher McCandless è ritratto con quest’aura profetica che cozza un sistema di valori per cui non si può santificare un fighetto incosciente che lascia dietro di sé un ingiustificato strascico di dolore, quando se davvero il suo problema era raggiungere una risposta, e se quella lì era la risposta, oh, vogliamo proprio dirla tutta, bastava che mi faceva una telefonata e glielo dicevo io”.

Qui in effetti non sono molto d’accordo. Questa, anzi, per me è la parte più interessante. Ma trattandosi di critica ideologica, probabilmente è quella contraddistinta da una maggiore portata di soggettività, sicché una differenza di opinioni ci può stare.
Insomma, di dolori ne aveva subiti anche lui parecchi, e penso di riuscire a comprendere la sua volontà di evasione e ricerca personale (anche se ti telefonava, la tua risposta non gli sarebbe bastata, il suo carattere comunque voleva che partisse).
E poi, scelte e comportamenti simili sono un po’ nelle corde del cinema di Penn, che mi sembra più di pancia, estremizzante determinate situazioni.
Infine, narrativamente non mi sembra per nulla una forzatura.. ah ma già, stavamo parlando di ideologie, per cui andiamo avanti.

“Into the wild in fondo ci crede, ci prova, a fare l’opera herzoghiana sulla sfida persa in partenza dell’uomo contro la natura, lo vedi, proprio ogni due minuti, ehi, qui c’è dell’Herzog […] e poi ci sono le splendide canzoni di Eddie Vedder e alcune belle immagini di Eric Gautier, ma questo non toglie che da quasi ogni altro punto di vista Into The Wild sia un film palesemente malriuscito, uno spreco di energie imperdonabile”.

Questo è vero, Herzog spunta, alla fine più che una citazione c’è quasi un plagio.. Le canzoni sono bellissime, giusto notare anche questo.
“Palesemente malriuscito” è una di quelle esagerazioni che sopirei, sminuirei; ma in effetti, visti anche tutti i luoghi toccati, anche io verso metà ho cominciato a pensare: quanta cazzo di grandeur malindirizzata..

“girato su un principio di accumulo nella regia e persino nella fotografia e nel montaggio che fa molto cinema sperimentale, con tutti i crismi per piacere alla sua bella fetta di mercato, eppure radicalmente risaputo nella struttura narrativa, e sotto questo aspetto, anche se non è il succo della questione, se vuoi mi soffermo che c’è che non va, hai davvero problemi con la struttura a flashback? ma no, è che mi sorprende che Penn che è una persona ragionevole, visto che ha avuto il coraggio di propinarci due tremende ore e mezza di questa roba non abbia avuto anche il coraggio di estremizzare il racconto linearizzandolo cioè? uff, cioè, anche qui è un problema mio, i flashback ammorbidiscono la forza espressiva dell’avvicinamento alla morte di cosetto, lo rendono convenzionale, ed è un peccato, perché un’ora conclusiva nel pulmino, quella sì sarebbe stata una bella mazzata nelle gambe, così son capaci tutti”.

Questo è proprio vero. Cioè, non è che doveva a tutti i costi essere una mattonata, ma strutturato così sembra troppo una furbacchiata.

“il problema è proprio quello, la spiegazione, dover spiegare tutto, a ogni inquadratura, non credo di aver capito me ne rendo conto, comunque, succede qualcosa sullo schermo e senti la voce [che] ti spiega per filo e per segno il significato di quello che sta succedendo, e sto parlando di uno spiegone big time di tutti i maledetti strati del maledetto discorso non ti piace il voice-over, insomma senti, c’è voice-over e voice-over, non è una questione di gusti, è che ci sono casi, e parlo di casi specifici come Into The Wild, in cui una scelta così sottolineata e invasiva come il voice-over, lungo quasi tutto il film, può essere davvero micidiale, non solo perché adultera il senso e il gusto del racconto, ma anche perché il film è assolutamente esplicito nel suo messaggio […] che queste spiegazioni tutte belle forbite non servono a nulla, anzi, insomma, perché una cosa è prendere per mano lo spettatore, altra è prenderlo per scemo”.

Uhm. A me non ha dato eccessivo fastidio la voce over, forse perché l’ho ricondotta a un dato ben preciso: la letterarietà (cui peraltro a mio avviso Penn si riconduce anche in Lupo solitario).
Cioè, il comportamento del protagonista prende spunto da varie letture, Emerson, Thoreau, Tolstoij, e il film stesso è tratto da un romanzo. Forse, ma posso solamente accampare ipotesi, sussiste una scelta precisa di mostrare meccanismi, un metaqualcosa che potrebbe benissimo essere ribadito dalle due occasioni in cui il tipo guarda in camera: la prima palesissima con tanto di smorfia diretta, la seconda più ammiccante.
Ma ammetto candidamente di titubare sul motivo. Ribadire il messaggio e anzi denotarlo come tale, come tu stesso hai detto, mi sembra comunque l’ipotesi più probabile.

Insomma, alcune immagini e sequenze sono grandi, si respira l’America autentica e più bella del mito della frontiera e della natura (ma, come dicevo più sopra, appunto di mitologia si tratta, forse dunque più letteraria che altro).
Sebbene, ma qui vado sul soggettivo, non sono mai stato realmente preso a livello emotivo, come invece mi era accaduto con il già citato Lupo solitario (ammetto ahimè di non avere visto La promessa).

Ho anzi trovato anche piuttosto fastidiosi certi abusi di retorica, nei dialoghi e nelle immagini (Sean, cazzo, c’è un limite a tutto).
(La sequenza delle rapide in kayak poteva benissimo essere una qualsiasi puntata di sport estremi.)

Resta comunque che non mi sono annoiato, e che salverei più cose di quanto non faccia Kekkoz.
Ma questo forse dipende dall’emozionalità intrinseca dei film di Penn, e si sa che l’emozionalità è soggettiva.
(Infatti ci sono state opinioni parecchio contrastanti.)

Concludo con la citazione di un commento notevole e geniale. Che mi offre anche il destro per:
Into The Wild = Nuovo Cinema Paraculo, Capitolo Youthsploitation Equa e Solidale”
(by Violetta – perché ci hai lasciato! che ti avevo appena blogrollato, tra l’altro! spero che continuerai a vagare per il blogorbe con i tuoi commenti acutissimi e da spataccarsi.)

Permalink 11 commenti

Laghi, sguardi e transcodifiche

febbraio 7, 2008 at 4:54 pm (Cinema, linguaggi, riflessioni)

Postato solo ieri sera, questo breve intervento su due opere modeste sta dando vita a un dibattito piuttosto interessante.

Rispetto al commento #4, dove scrivo che il film di Molaioli La ragazza del lago assimila stilemi e tempi della fiction, “e questo per me non va bene, perché il mezzo dovrebbe veicolare ben altro tipo di discorso linguistico” (“trovo inaccettabile che un film si adegui a una modalità non sua”), vorrei qua avanzare una specificazione.

Non mi riferivo, certamente, a qualsiasi modalità (anche se il verbo “adeguare” può rendere comunque l’idea).
Il linguaggio filmico non è fisso, né canonizzato per sempre. (Credo.)
Il punto è che il cinema per me dovrebbe uscire arricchito da un confronto *sul campo* con altri linguaggi, questi gli dovrebbero donare trovate e spunti tecnici e stilistici nuovi, che poi il cinema dovrebbe rielaborare secondo la sua grammatica.
Un po’ come recentemente è successo, forse, con Sin City (sebbene quello usato nel film in questione sia un linguaggio difficilmente replicabile e categorizzabile, trattandosi quasi di un unicum, che difatti 300 riesce solo, secondo me, a scimmiottare e videogamizzare).

Nel caso dell’appiattimento del cinema a un linguaggio che trovo più povero (quello delle fiction televisive, o per lo meno della gran parte di esse), e che spesso viene tuttavia assunto supinamente, occorre parlare, piuttosto, di impoverimento.
In parte perché certi calchi non sono funzionali, data la diversità del mezzo; in parte perché le tecniche e la sintassi restano quelle filmiche, che la tv utilizza in maniera spesso più banale e, lei sì, adattandole al suo formato.

Ma non ho ancora studiato libri specifici, per cui non posso rimandare a letture, e se ho scritto cose risapute o cazzate spero che qualcuno me lo faccia notare.

Permalink Lascia un commento