Tutta la vita davanti

aprile 5, 2008 at 8:37 pm (Cinema, considerazioni, recensioni, recuperi)

Quando questo film uscì nelle sale, nel 2008, le crisi economica e sociale, preannunciate da oltre un ventennio da quelle civili e morali e che sarebbero esplose pesantemente negli anni successivi, erano già avviate da qualche anno, sebbene non in molti sembrassero realmente accorgersene.

Nonostante alcuni forti campanelli d’allarme, suonati perfino dal vecchio strumento della televisione (in cui altrimenti l’informazione appariva monopolizzata e appiattita), le persone in genere preferivano chiudere gli occhi mentre l’assetto voluto dal sistema si stava rumorosamente sgretolando.

Accadeva, in quei tempi, che la realizzazione umana e la ricchezza individuale fossero sacrificate per lo sballato concetto, ora fortunatamente dismesso, di una continua crescita economica direttamente proporzionata al volume dei consumi.
Di consumi per di più dall’alto tasso di inquinamento energetico e in senso vasto ecologico, oltre che sociale.

In nome e in conseguenza di questo, si assisteva alla rinuncia a rapporti amorosi, all’abbandono forzato di persone e di interessi umani, all’identificazione anche violenta e autodistruttiva con la propria alienazione, al disinteresse (per crudele necessità o per indiretta ignoranza) verso i propri familiari.
E l’edonismo e l’eterodirezione nati negli anni 80 del secolo precedente erano giunti a livelli parossistici; e l’anestetizzazione di molte coscienze era grandemente avanzata, così come l’arrendevolezza, la paura e il senso di mancanza di scampo.

Paolo Virzì seppe riunire molte di queste situazioni assurde e paradossali all’interno di una narrazione sostenuta e volutamente leggera, con più di una marca grottesca.
Nella quale tuttavia non rinuncia a presentare il suo abituale doppio punto di vista, dando voce e immagine ai “Destri” e ai “Sinistri” nelle loro rispettive, a volte effettivamente e realisticamente non risolvibili, problematiche.
(Sebbene, come sempre, la sua posizione personale di appartenenza sia chiara.)
Ma cercando anche di mostrare le profonde contraddizioni del contesto sociale nella loro esistenza effettiva. Come nel dialogo tra la protagonista e il sindacalista, nel nome dell’assunto “realmente” paradossale: è giusto mettere nella merda delle persone facendo perdere loro il lavoro in nome di una maggiore giustizia lavorativa?
La risposta l’avrebbe fornita lo svolgersi successivo degli eventi storici, ma in quel tempo la problematica esisteva, e Virzì non poteva esimersi, date le sue scelte di stile e di appartenenza cinematografica, dal presentarla.

Proprio in questo, infatti, egli riprendeva e rinnovava alcuni dei codici e delle istanze della “commedia all’italiana”, che precisamente in quegli anni, per di più, venivano studiati e per molti versi categorizzati.

Virzì si proponeva allora un compito in effetti assai difficile. Quello di mantenere le strutture portanti di un genere che era nato e si era formato come molto strettamente legato alle caratteristiche della società in cui aveva trovato la sua canonizzazione in qualità appunto di “genere”.
Per alcuni versi, in sostanza, si trattava di modificare la sfera del rappresentabile, senza tradire i meccanismi che la reggevano, bensì adattandoli al nuovo contesto.
Per il motivo, in effetti in sé assai scontato, che in 40 anni il contesto quotidiano e sociale aveva subito delle trasformazioni a volte radicali, e il non prenderle in considerazione sarebbe potuto risultare disonesto e fuorviante.

Ci parlò dunque, Virzì, di quei tempi suoi, dell’inizio di una decadenza già tuttavia ben formata e in atto, scegliendo il registro del dolce amaro.
In un film di certo non epocale, ma ottimamente rappresentativo, secondo i canoni che si era scelto, della realtà in cui era nato e collocava la rappresentazione della storia.

E nonostante alcuni chiari difetti.
Come l’uso (palesemente forzato) di congiuntivi sballati; scelta di cui s’intravede l’artificiosità, e presa forse per la volontà di suscitare una risata facile.
Artificiosità in quanto Virzì dimostra altrove che le sue capacità sanno andare oltre il ricorso a questo tipo di comicità di grana un po’ grossa: nella scena divenuta celeberrima del “ma chi cazzo è Kaurismaki”, in cui il regista allontana la macchina da presa per sottrarre grevità.

Per lo stesso motivo, probabilmente, ossia la volontà di strizzare l’occhio a una fascia di pubblico più vasta, la protagonista parla in maniera eccessivamente spropositata di “retorica” quando ancora il sindacalista le racconta le esperienze paterne degli scioperi a Torino.
Non si comprende perché Virzì sembri mancare di coraggio. Non stava rappresentando la conversazione in maniera grottesca, ma seria, e prima si era capito che la protagonista è quella che riporta la sua voce (sebbene indirettamente); appare dunque ingiustificato che non le faccia approvare in toto le “cose vere” che sta dicendo Mastandrea, le stesse che, si intuisce chiaramente, Virzì stesso pensa. Queste cose si notano.

Penso sia doveroso, in ogni caso, chiudere con la lucida considerazione di Leonardo: “E gli ideali, la solidarietà, la politica e la stessa cultura, sono cose di cui si è sentito parlare solo da lontano”.

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