Kinji Fukasaku, Graveyard of Honor (1975)

giugno 7, 2008 at 2:59 pm (Cinema, recensioni, recuperi)

Conosco poco della cinematografia classica giapponese, a parte l’ovvio trio Mizoguchi, Ozu, Kurosawa. Ma ho letto, e appurato, che questo Kinji Fukasaku è un autentico innovatore, dallo stile diverso e personalissimo.
Virati seppia che diventano colori al cambio dell’ambiente (con stacchi minimi o addirittura in piano sequenza); inquadrature sghembe, tagliate diagonalmente (che saranno poi stilema di certo Tsukamoto); un’azione concitatissima, con sempre miriadi di personaggi in scena e inquadrati, in una sorta di accalcarsi precipitoso anche oltre l’horror vacui, ma con la costante impressione di una confusione ordinata, di scelte ben ponderate anche quando pare che la macchina da presa cada, o si avvicini in primissimi piani accidentali di parti casuali di corpi in movimento caotico.

La contraddizione sembra essere la vera cifra del film. Di Rikio Ishikawa, questa testa caldissima yakuza che da bambino era infinitamente e inspiegabilmente piagnone e allo stesso tempo intelligentissimo, dotato, portato al dominio e al comando; che da grande, dopo una vita assolutamente efferata, costellata di violente azioni inconsulte, scrive “30 anni di pazzia” sulle pareti della sua cella, ma fa incidere, sghignazzando, ideogrammi come “virtù” e “onore” sulla sua lapide tombale.

Gesti in cui appaiono confondersi i confini tra Personaggio e Narratore/Autore, se è vero che Kinji Fukasaku ha rivoluzionato, nei suoi film, il modo di mostrare la tematica yakuza, che in precedenza era per lo più concentrata su una declinazione di tipo cavalleresco.
Qui, invece, da una parte c’è l’abiezione quasi totale di Rikio, d’altra parte il contrasto, per lo più, di questo comportamento con il resto della rappresentazione degli yakuza e, soprattutto, la paradossale concettualizzazione/reificazione di tale contrasto nel commento finale della voce off simildocumentaristica, che dice che quelli di Rikio erano il comportamento e l’agire tipici della yakuza in quegli anni ’40-’60.

Un geniale mescolarsi di filmico e metafilmico, di testo e genere.
Questo, se sono riuscito a leggere accuratamente questa opera assai particolare con i miei occhi occidentali; se ho compreso, anche solo per sommi gradi, quanto di essa possa ascriversi al regista in sé al di là degli elementi culturali del suo Paese.
A un certo punto, si dice che il protagonista avrebbe voluto gonfiarsi (di potere) come un palloncino e poi andare sempre più su fino a esplodere; in una delle scene verso la fine compare un palloncino mezzo gonfio, il cui filo nella concitazione di una lotta viene tagliato. Il palloncino quindi vola via, ma ovviamente Rikio non era né è mai stato così pieno di dominio.

Il film è stato proiettato a Vicolo Bolognetti, nell'ambito dell'oramai leggendaria quanto immancabile rassegna Nuovo Cinema Inferno del mitico Alessandro Zanotti, che nelle prossime settimane offrirà la visione di altre perle asiatiche mai distribuite in Italia, di genere noir chambara e triade, tra Giappone e Hong Kong.

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