Gordon Parks Jr., Super Fly (1972)

luglio 17, 2008 at 4:30 pm (Cinema, recensioni, recuperi)

Super Fly è uno dei classici della blaxploitation, con questo superspacciatore afroamericano assai più furbo e capace di tutti gli altri niggers, che sniffa coca prendendola con un ciondolo a crocifisso, conosce il karate e mena duro, si scopa a manetta bellezze nere e bianche, ma per motivi diversi.
Un supercriminale, sì, ma i poliziotti bianchi appaiono ben peggiori, corrotti come sono; e poi la musica che lo accompagna è un soul eccezionale, tanto che la colonna sonora ha riscosso un successo maggiore del film stesso.

Per il resto, gli elementi abituali del genere ci sono tutti, dalla violenza sporca come la fotografia alla povertà dei mezzi (risibili le inquadrature dell’investimento), dal montaggio serrato nelle parti d’azione e inseguimento alla cialtronaggine di certo girato con le comparse stradali che guardano fisso e lungamente in camera.
Notevole comunque la prima scena, con la macchina da presa che dal grandangolo dall’alto plana in strada e poi accompagna/insegue il passeggio dei due tipi.

Resta un film di indubbia fascinazione, il cui difetto maggiore appare tuttavia l’eccessiva lungaggine di alcuni dialoghi. Questo dato permette però di apprezzare meglio, retrospettivamente, il lavoro compiuto da quel copione rimasticatore di Tarantino, che nel suo intervento di restyling è riuscito a cambiare decisamente il segno a questo punto debole.

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Timur Bekmambetov, I guardiani della notte (2004)

luglio 8, 2008 at 9:05 am (Cinema, recensioni, recuperi)

Bene e Male. Non puri, ma che comprendono in sé ciascuno una parte dell’altro, che sebbene minima è bastante a far vacillare.
Le istanze del fantasy calate nella realtà vera e contemporanea, in un intreccio che riguarda anche l’ambientazione (la Russia di oggi), e che probabilmente a livello extratestuale rispecchia gli intenti autoriali di unire la visionarietà e le atmosfere del cinema russo (ed ex sovietico in generale) con l’azione e gli effetti da blockbuster americano.

Il risultato è un film pretenzioso, l’intricata compattezza del cui intreccio si regge a volte su forzature evidenti, che stonano con l’impianto generale: come se la sceneggiatura non fosse in grado di conchiudere (per esempio nella soluzione della maledizione che genera il ciclone, o riguardo la scelta conclusiva del dodicenne con voce profonda e romanesca – vergognatevi, cialtroni al doppiaggio –, che fa veramente cascare le braccia).

Anche la regia, interessante e adrenalinica, che riesce a oltrepassare una certa clipparolità di base, si perde però in eccessi gratuiti, alla guarda come sono bravo e che ti vado a inventare.

Alti e bassi, in una generale disparità le cui punte negative risultano tuttavia più acuminate, spiccanti su quanto vi possa essere di positivo.
Resta comunque un film accettabile, che può ben predisporre al suo seguito (I guardiani del giorno, già uscito e recuperaturo) e all’attenzione per una eventuale attesa evoluzione di Bekmambetov (che non penso verrà del tutto soddisfatta da Wanted, ma domani mercoledì andrò con gli amici cinefili e radiofonici).

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José Padilha, Tropa de Elite (2007)

luglio 4, 2008 at 12:30 pm (Cinema, recensioni)

Sono due settimane che ci rimugino su, ma complici il caldo e altre robe che magari prima o poi mi deciderò a scrivere di là, non ero ancora riuscito a strutturare un discorso coerente.
Sicché mi sono detto: perché non tentare (per la prima volta) un post a punti? (Che peraltro possiede interessanti qualità retoriche, e chissà se qualcuno le ha già studiate/palesate.)

1) Il BOPE è un reparto speciale della polizia di Rio de Janeiro, quello che si occupa delle operazioni paramilitari all’interno delle favelas.
Per entrare a farvi parte occorre superare una selezione durissima, che nel film è mostrata con prove che toccano l’abiezione, peggiori perfino di quelle di Full Metal Jacket.

2) Il film ha il pregio di porre all’attenzione parecchie questioni sociali, che sebbene possano apparire estreme, risultano in realtà all’ordine del giorno, e non solo nel pure limitato ambito delle favelas brasiliane.

3) L’intreccio inestricabile tra malavita, disagio, povertà, mancanza di soluzioni alternative (e probabilmente anche mancanza della volontà di ricercarle, che sfocia in una colpevole miopia) assurgono a metafore socioesistenziali, in ragione principalmente di alcune trovate.

3bis) Il parallelo con il Gomorra di Saviano si avverte fino quasi da subito, in chi ha letto il libro, proprio a motivo di queste strettissime relazioni tra malavita organizzata e Sistema.

4) La prima trovata, forse la più evidente a livello di script, è costituita dalla scelta del papa (Giovanni Paolo II) di pernottare vicino alle favelas nel suo viaggio a Rio.
Se da una parte questo rappresenta un semplice innesco per la trama di retate/pulizia nelle stesse favelas, d’altra parte metaforizza l’ignoranza del Potere circa le conseguenze di determinate scelte: in nome della salvaguardia di un distorto concetto di apparenza (il papa è vicino agli ultimi e non ha paura), viene ignorato (e sarà sconosciuto davvero?) tutto il portato di violenze che tale decisione comporterà.

5) La seconda trovata riguarda la scelta dei caratteri dei personaggi.
Le crisi di panico in un capo altrimenti saldissimo rendono conto dei livelli parossistici di stress cui si è sottoposti nei tentativi d’intervenire in situazioni estreme.
L’aspirante sostituto di colore del capo, vero personaggio chiave, si rende poi portatore di una istanza di lucidità, e con la sua doppia frequentazione, dell’ambiente poliziesco e di quello universitario (e pertanto studentesco), crea un corto circuito nei ragionamenti degli altri ragazzi, facendo loro presente cosa si cela dietro il loro abituale consumo di droghe leggere. Oltre al fatto che costituisce l’esempio più significativo di una supposta mancanza di vie di uscita.

6) Una semplice battuta, esplicativa di una situazione, rappresenta il terzo elemento di principale significanza: quando viene illustrato il fatto che le ONG che aiutano i poveri all’interno delle favelas non potrebbero operare e neanche esistere senza il consenso dei trafficanti di armi.

7) Su tutte le questioni il giudizio sembra sospeso; la regia pare limitarsi a registrare una situazione effettiva.
7a) Tuttavia, fino a che punto gli episodi dell’addestramento al BOPE sono eccessivi?
7b) Però, di sicuro sorge la volontà di approfondire.

8.) Credo sia un fatto, quello che venga dato maggiore spazio al lato repressivo, piuttosto che al mostrare le condizioni di vita dei poveri. Qual è il discrimine tra intento estetico e responsabilità etica?

9) La regia è buona, la tensione tangibile, il coinvolgimento sicuro.

10) Il doppiaggio italiano fa cagare come non mai: non solo per il fatto che si è doppiata una presa diretta, ma anche perché lo si è fatto decisamente malissimo.

10bis) Forse la voice over, nei primi 30/40 minuti, è troppo invadente.

11) Il film di sicuro merita; e si provi a pensare al diverso modo in cui sono state mostrate le favelas, qua (sporche, buie, caotiche) e nell’ultimo Incredibile Hulk (solari, cartolinate, quasi villaggioturistiche).
11bis) Questa osservazione non costituisce un giudizio di valore.

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