Lorenzo Bianchini, Lidris cuadrade di tre (2001)

agosto 25, 2008 at 3:41 pm (Cinema, recensioni, recuperi)

Da un pezzo avevo sentito parlare (bene) di questo film piuttosto particolare, girato quasi interamente in furlan. (Prima solamente un dialetto, nel recente 1999 il friulano è riuscito a ottenere lo statuto legale, oltre all’approvazione dei linguisti che già possedeva, di lingua a sé – della famiglia delle neolatine, simile al ladino delle Dolomiti e al romancio dei Grigioni. Cappello dedicato ai miei vecchi studi.)
La curiosità si è infine impennata quando l’ho visto da Mel, e adesso sto aspettando Custodes Bestiae.

I topoi della trama sono fra i più classici, il diavolo e le messe nere. Anche l’ambientazione e la stessa strutturazione non presentano niente di nuovo: una scuola e tre ragazzi che di notte vi si perdono: andati per sostituire i loro ultimi disastrosi compiti in classe, finiscono con il girovagare tra corridoi e sotterranei.

Eppure, questo piccolo film autoprodotto funziona, la tensione è a tratti palpabilissima, la strizza alta.
Bianchini, secondo una delle più classiche strutturazioni della modalità fantastica (o addirittura l’unica, per chi predilige definizioni strettissime, cui si possa dare il nome di “fantastico”), sceglie di tenere in sospeso il motore degli eventi, se essi siano cioè determinati da motivazioni soprannaturali o da eventi razionalmente spiegabili, come piani organizzati, sogni, coincidenze e così via.
Il richiamo a situazioni lynchiane in certi tratti pare evidente, come nei doppi che osservano da fuori e ghignano, ma Bianchini lo gestisce in modo del tutto funzionale e sobrio.

Varie pecche possono risultare perdonabili; lo schermo che si accende da solo appare una esagerazione forzata, i tempi di alcune scene non sono precisi (e ciò fa cannare l’effetto paura), la figura del custode denota una certa ingenuità, sia per il suo ruolo palesemente attanziale, sia nella scena dell’inseguimento, costruita come una sorta di video-game (con tanto di musichina).
Altri effetti sono invece meritevoli di plauso, come alcuni carrelli velocissimi all’indietro, uno stacco improvviso con inquadratura straniante dall’alto sui ragazzi che parlano, e soprattutto gli spezzoni in cui musica e rumori si interrompono in silenzi assoluti mentre l’azione continua: il sonoro crea un climax di aspettativa che non trova corrispondenza nel visivo, e ciò funziona alla grande.

I due attori principali, infine. All’inizio non si darebbe loro un soldo, e invece si rivelano in parte e capaci, specie quello che visivamente pare un paninaro vecchia maniera.

Non si tratta di un capolavoro, ma la sua positività e la soddisfazione della sorpresa valgono subito un recupero.
E, come accennato, sto già attendendo Custodes Bestiae.

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Sono cose/4

agosto 5, 2008 at 9:20 am (esperimenti, prove)

La ragazza sarda l’altra sera le ha cantate chiare, sulla sua esperienza a Roma.
Aho, allora se vedemo, se sentimo domani; e invece niente. Ma io sono sarda, e di qua sono anche nuova e non conosco nessuno, se a me dite ci vediamo ci sentiamo, noi *dobbiamo* vederci e *dobbiamo* sentirci.
Solo dopo ho capito che era un modo di dire, un modo di fare, ma anche allora non è che mi piacesse poi tanto, sto modo molto superficiale e molto vacuo, questo parlare al vento, che prende le mosse da una gentilezza vuota, molto borghese, si sarebbe detto un tempo.

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Lettera/1

agosto 4, 2008 at 8:57 pm (esperimenti, lettere, prove, racconti)

[Premessa che non c'entra niente con quanto segue:
Faccio in tempo a cambiare nome al blog, a chiamarlo "Lo spettatore di provincia", che subito tratto d'altro, scrivo altre cose in modi diversi, invece che recensire. E sì che ce ne sarebbero (stati), di film di cui parlare e di cui sono rimasto indietro; ma del resto era già da un po' che da quella parte sono temporaneamente asciutto; per cui, in attesa che torrente carsico ricompaia, qualcuno direbbe: questo è il mio internet.]

T’invidio anche, un po’, in un misto di soggezione malinconica e di rammarico dispiaciuto, quasi, a volte; perché poi non è vero che sia fiero di non avere mai fatto certe cose, piuttosto ho sempre avuto paura, sì paura, non semplice timore, proprio paura. E c’è sempre stato questo super Super-Io introiettato, moralizzatore, di provenienza parentale, questa presenza forte e ingombrante, le ribellioni alla quale non ho mai accettato fino in fondo, forse prima di tutto le mie, occasionali ma neanche troppo, e di conseguenza quelle di altri cui mi sento empaticamente vicino, nonostante la mente raziocinante che voglio e pretendo forte mi continui a ripetere il contrario, cioè di farlo, checcazzo, di superare questa barriera.

E allora una decina e più di anni fa c’era questo mio amico, cui mi sentivo paradossalmente vicino, cui volevo bene anche per altri motivi, lui piuttosto distaccato e a volte distante, io così caloroso, lui però così semplice e naturale, che non mi metteva in timida soggezione, che non si metteva in competizione.
E lui insomma probabilmente aveva capito tutto, in quella maniera sua naturale, senza neanche starci troppo a pensare. A che pro sbattersi, lottare, soffrire per sogni inutili; tanto meglio godersela, ma davvero, per quel poco che ci è dato, e allora drogarsi, leggero ma perenne, pasticche, spesso, provare, sperimentare, e scopare con chi capita, vivere di espedienti, spacciare.
E io lo invidiavo, per questo suo fregarsene, una parte di me avrebbe voluto quella vita, la vita di cui l’altra parte aveva terrore, e poi cazzo, fai gioco criminale, non hai uno straccio di etica, pensi addirittura che abbiano ragione, nelle guerre preventive, nel difendere lo status quo del nostro Occidente, nel tentare di debellare altri popoli e soprattutto altri pensieri, in fondo sei inserito, il più inserito di tutti, prosperi sul cancro funzionale della società, mentre io cerco un contrasto, sto alle regole e, nei limiti, alle leggi, ma tento di fare qualcosa, di svegliare qualcuno, non consumo prodotti di multinazionali troppo grosse per essere oneste, perfino non bevo coca-cola, non lavoro in nero, compro equo, m’informo su ricicli e gruppi d’acquisto, aiuto gli immigrati di qua e gli stranieri di fuori.
Quanti cazzo di paradossi.

Non ho comunque il fisico, probabilmente, oltre che il carattere; e sarebbe interessante studiare il loro intreccio e reciproco influenzarsi.
Oltre alla moralità, sempre comunque relativa, discutibile, dipendente dalla storia e dalla cultura, come dice con convinzione quella mia parte cosciente, c’era (e c’è ancora, sebbene diversamente sfumata) questa paura di sfuggire al controllo, di fare qualcosa di sbagliato anche nel concreto, di perdere inoltre le facoltà mentali, chissà se sul momento o alla lunga distanza. Ma chissà quale delle due paure era alibi per l’altra. ¡Chissà?

C’era tuttavia anche quest’altra persona, con cui ho condiviso anche troppo, che mi metteva in soggezione, una soggezione stavolta cattiva, di quelle che non sai come comportarti, cosa dire o fare, una soggezione imbarazzata. E questo c’era proprio rimasto, anche se aveva assunto poco, ma l’aveva posato su una base già abbastanza traballante, su una psiche già parecchio problematica. E allora aveva perso la misura delle cose, prima fra tutte quella del proprio io, che si era vieppiù ipertrofizzato, con conseguenti manie protagoniste e persecutorie; ma a livelli morbosi, eh?, a livelli che era anche in grado di picchiare le persone per niente.

Ma questo fatto probabilmente non risponde alla questione di prima. O non del tutto.

Ecco, dunque, un’altra parte, un altro lato che convive con tanti altri.
Ci si sta provando, a districare questo gomitolo, questo nodo, e ogni scusa, ogni occasione, può essere buona, può fare luce sul tutto, e riceverne.

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