Lettera/1

agosto 4, 2008 at 8:57 pm (esperimenti, lettere, prove, racconti)

[Premessa che non c'entra niente con quanto segue:
Faccio in tempo a cambiare nome al blog, a chiamarlo "Lo spettatore di provincia", che subito tratto d'altro, scrivo altre cose in modi diversi, invece che recensire. E sì che ce ne sarebbero (stati), di film di cui parlare e di cui sono rimasto indietro; ma del resto era già da un po' che da quella parte sono temporaneamente asciutto; per cui, in attesa che torrente carsico ricompaia, qualcuno direbbe: questo è il mio internet.]

T’invidio anche, un po’, in un misto di soggezione malinconica e di rammarico dispiaciuto, quasi, a volte; perché poi non è vero che sia fiero di non avere mai fatto certe cose, piuttosto ho sempre avuto paura, sì paura, non semplice timore, proprio paura. E c’è sempre stato questo super Super-Io introiettato, moralizzatore, di provenienza parentale, questa presenza forte e ingombrante, le ribellioni alla quale non ho mai accettato fino in fondo, forse prima di tutto le mie, occasionali ma neanche troppo, e di conseguenza quelle di altri cui mi sento empaticamente vicino, nonostante la mente raziocinante che voglio e pretendo forte mi continui a ripetere il contrario, cioè di farlo, checcazzo, di superare questa barriera.

E allora una decina e più di anni fa c’era questo mio amico, cui mi sentivo paradossalmente vicino, cui volevo bene anche per altri motivi, lui piuttosto distaccato e a volte distante, io così caloroso, lui però così semplice e naturale, che non mi metteva in timida soggezione, che non si metteva in competizione.
E lui insomma probabilmente aveva capito tutto, in quella maniera sua naturale, senza neanche starci troppo a pensare. A che pro sbattersi, lottare, soffrire per sogni inutili; tanto meglio godersela, ma davvero, per quel poco che ci è dato, e allora drogarsi, leggero ma perenne, pasticche, spesso, provare, sperimentare, e scopare con chi capita, vivere di espedienti, spacciare.
E io lo invidiavo, per questo suo fregarsene, una parte di me avrebbe voluto quella vita, la vita di cui l’altra parte aveva terrore, e poi cazzo, fai gioco criminale, non hai uno straccio di etica, pensi addirittura che abbiano ragione, nelle guerre preventive, nel difendere lo status quo del nostro Occidente, nel tentare di debellare altri popoli e soprattutto altri pensieri, in fondo sei inserito, il più inserito di tutti, prosperi sul cancro funzionale della società, mentre io cerco un contrasto, sto alle regole e, nei limiti, alle leggi, ma tento di fare qualcosa, di svegliare qualcuno, non consumo prodotti di multinazionali troppo grosse per essere oneste, perfino non bevo coca-cola, non lavoro in nero, compro equo, m’informo su ricicli e gruppi d’acquisto, aiuto gli immigrati di qua e gli stranieri di fuori.
Quanti cazzo di paradossi.

Non ho comunque il fisico, probabilmente, oltre che il carattere; e sarebbe interessante studiare il loro intreccio e reciproco influenzarsi.
Oltre alla moralità, sempre comunque relativa, discutibile, dipendente dalla storia e dalla cultura, come dice con convinzione quella mia parte cosciente, c’era (e c’è ancora, sebbene diversamente sfumata) questa paura di sfuggire al controllo, di fare qualcosa di sbagliato anche nel concreto, di perdere inoltre le facoltà mentali, chissà se sul momento o alla lunga distanza. Ma chissà quale delle due paure era alibi per l’altra. ¡Chissà?

C’era tuttavia anche quest’altra persona, con cui ho condiviso anche troppo, che mi metteva in soggezione, una soggezione stavolta cattiva, di quelle che non sai come comportarti, cosa dire o fare, una soggezione imbarazzata. E questo c’era proprio rimasto, anche se aveva assunto poco, ma l’aveva posato su una base già abbastanza traballante, su una psiche già parecchio problematica. E allora aveva perso la misura delle cose, prima fra tutte quella del proprio io, che si era vieppiù ipertrofizzato, con conseguenti manie protagoniste e persecutorie; ma a livelli morbosi, eh?, a livelli che era anche in grado di picchiare le persone per niente.

Ma questo fatto probabilmente non risponde alla questione di prima. O non del tutto.

Ecco, dunque, un’altra parte, un altro lato che convive con tanti altri.
Ci si sta provando, a districare questo gomitolo, questo nodo, e ogni scusa, ogni occasione, può essere buona, può fare luce sul tutto, e riceverne.

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