Marco Bechis, Birdwatchers – La terra degli uomini rossi (2008)

settembre 9, 2008 at 10:22 pm (Cinema, recensioni)

Birdwatchers sono i turisti occidentali che si addentrano nella foresta del Mato Grosso in viaggi organizzati, come preparata appositamente per loro è la comparsa retribuita degli indios locali Guaranì Kaiowá che si atteggiano a selvaggi.
Ma in realtà questi ultimi vivono in una riserva, e nessuna delle tre generazioni è pacificata: gli anziani sono ancora legati alle tradizioni; gli adulti sono spiazzati, tra volontà di rivendicazione e delusione affogata nell’alcol; i giovani vivono i legami forti con la tribù e allo stesso tempo vengono attratti dal mondo occidentale di cellulari e scarpe da tennis.

L’impatto visivo è coinvolgente, la strutturazione formale non presenta sbavature.
L’impressione generale, però, è che sia un film irrisolto, che purtroppo resta un po’ distante, distaccato.

La cura, la precisione e la portata formali rendono conto da una parte di una raggiunta maestria, e d’altra parte inverano le dichiarazioni di Bechis sull’eticità di ogni inquadratura [dichiarazioni che si trovano tra i contenuti speciali del DVD di Garage Olimpo]. Ce ne fossero, di registi così attenti al linguaggio filmico.

Tuttavia questa volta sembra non bastare.
Potrei mancare della sensibilità mentale necessaria per godere di una simile strutturazione o modalità, ma ho avvertito come se la sospensione e l’irresolutezza siano caricate, con forse una fiducia eccessiva nella suddetta forza linguistica, che non si accompagna a quella partecipazione emotiva che magari una maggiore attenzione alla sceneggiatura sarebbe stata in grado di trasmettere.

Cosicché, molti temi toccati o solo accennati avrebbero per me meritato qualche maggiore appunto.
Una certa indecisione appare forse anche a livello di obiettivi: non si capisce se si voglia dare più importanza alla riappropriazione della terra come riappropriazione di una identità; alla impossibilità, temporale e materiale, e forse all’indebitezza di tale volontà; alla brutalità e orribilità della globalizzazione; alle sofferenze e ai conflitti interiori della generazione giovane dei Guaranì; alla ricerca di una sintesi pacificata con la nuova situazione; alla cattiveria incurabile, e sempre destinata a prevalere su tutto il resto, dell’animo umano; all’invito a resistere-nonostante-tutto.
Tutti questi elementi sembrano non trovare un equilibrio relativo di spazi.

Completamente schifo fa il doppiaggio, vergognosi una volta di più i distributori italiani (o chi per loro decida di queste pratiche, e le attui).

Resto con il dubbio che a una seconda visione, più studiata e fondata su indicazioni e consigli di lettura, la valutazione possa cambiare, come può accadere quando un film è particolarmente rivolto alla testa.
Magari tra qualche tempo ci tornerò sopra.

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