Woody Allen, Vicky Cristina Barcelona (2008)

ottobre 24, 2008 at 5:16 pm (Cinema, recensioni)

Va bene, Woody, ci hai voluto propinare un’altra geremiade sulla realtà dell’amore: mai perfetto, che sempre porta sofferenze, che in sostanza risulta di impossibile realizzazione nella sua pienezza, specie per chi volente o nolente vi ripone grandi aspettative o lo idealizza.

Tematiche risapute, inutile notarlo, ma tanto tu sei Woody Allen, saprai sicuramente come svolgerle al meglio, come trovare spunti interessanti per riflessioni mai banali, diverse angolazioni, sfumature così decise da far cambiare di colore all’intero quadro.

I personaggi, fino dall’inizio, appaiono banali e scontati; i paesaggi e i fondali in cui si muovono sono cartolineschi e guidaturistici; le canzoni che (si) ascoltano sono le tipiche più famose. Sostenere che tutto questo sia ovvio, dal momento che si tratta di due giovani turiste americane, appare scusante non dico debole ma addirittura inconsistente (in nome di un concetto piuttosto equivoco di “realismo”?).

La possibile virata, in questo apparente scimmiottare un po’ Truffaut un po’ Rohmer (sarà per questo che ai francesi il film pare essere piaciuto così tanto?), potrebbe essere data dall’entrata in scena del personaggio di Penelope Cruz (sicuramente l’interprete migliore, in ogni caso). Ma anche qua gli svolgimenti si connotano sottotono, patinati, banali nelle figure dei due litiganti così latini e calienti.

Tre scene simbolo.
Il dialogo al Parc Güell con i due personaggi proprio davanti al camaleonte colorato di Gaudì, che fa capolino in mezzo. Quasi si sente la voce del regista (chiunque egli sia) da fuori campo che grida: più di là, tu più a sinistra, basta così, fermati, lasciamo vedere il mostrino. Penso che chiunque alle scuole medie avrebbe saputo fare di meglio. Come dite? c’era dietro la commissione? Eh, ma c’è modo e modo, cavolo.
Il ragazzotto possibile amante di Vicky che cerca di prenderle la mano dal fruttivendolo. La scena costituisce un apice dell’interesse suscitato dal film, tanto che, indipendentemente gli uni dagli altri, tutti i compagni con cui sono andato al cine (me compreso) hanno valutato il prezzo delle banane nel relativo cartellino. (Il ragazzotto, del resto, dopo sparisce.)
Un’apertura, udite udite, addirittura di comicità involontaria. La voce fuori campo che dice: quello per tutti fu un momento di grande ispirazione e produzione artistica, e si vede Antonio (Bardem) che tuffa del colore sulla tela con gesto ampio (e goffo). Come dite? sono grezzo e ignorante? ma non conosci Pollock? guarda che quei quadri sono stati presi in prestito da un vero artista? Mha.

Che tra l’altro, tra parentesi perché non voglio infierire, proprio della voce fuori campo, vogliamo parlare? No, si è già detto abbastanza. Senza tentativi di giustificazione o sovrainterpretazioni, per me è semplicemente invadente in maniera esagerata, ancora più che didascalica.

Insomma, un film inutile, che per avere una completezza di visione sulla filmografia di Allen vale comunque la pena di recuperare a casa in qualche modo, non fosse altro che quella vecchia volpe sceglie sempre fotografi con le contropalle e che gli interpreti sono più che meritevoli (Rebecca Hall, dopo Penelope Cruz)*.
Perché a conti fatti, Woody, va bene che a te non frega più nulla, hai la tua età, ti trombi quella ragazza sudcoreana e sono sicuro che ti ecciti pensando a Scarlett (e chiamiamoti scemo). Ma davvero se non continuassi a sfornarne uno all’anno ti si accorcerebbe la vita? davvero questa in fondo è la tua terapia di equilibrio e di longevità? In questo caso, ok, ti si vuole bene per quello che hai donato al cinema e ti si perdona. Però in sala, a meno di zampate impreviste, per te non ci torno più.

*Bardem è un po' imbalsamato; tutti quanti, chi prima chi dopo, si è pensato che per ravvivare un po' la questione avrebbe potuto a un certo punto sfoggiare un caschetto (ehi, Cristina, guarda un po' che taglio di capelli, che mi sono fatto?) e recuperare una bomboletta di aria compressa.

Annunci

Permalink 2 commenti

Andrew Stanton, WALL·E (2008)

ottobre 21, 2008 at 1:15 am (Cinema, recensioni)

[Dato che, come anche è stato detto da più parti, esprimere qualcosa a parole a proposito di questo film oltre che difficoltoso appare in sostanza superfluo (ma in effetti qualcuno ci è riuscito, e anche molto bene, sicché non farei altro che ripetere), me la vorrei cavare molto paraculescamente postando qua sopra il trailer…
Il trailer, forse banalmente; ma non mi sembra il caso di mostrare altri pezzi di film. Che poi è pure illegale, no? (risate di sottofondo a profusione)

Ma insomma, andate a vedere questo cavolo di capolavoro (senza volutamente usare aggettivi), che emoziona dall’inizio alla fine, e che rende commovente, ma tanto, la storia di due robottini, peraltro realizzati assai realisticamente.
E magari portateci la persona che amate e prendetele la mano. Si perdoni questo sentimentalismo, ma per una volta ne vale la pena.]

Permalink Lascia un commento

Kathryn Bigelow, The Hurt Locker (2008)

ottobre 19, 2008 at 4:41 am (Cinema, recensioni)

I proclami della locandina sono similbrechtiani e altisonanti (“maledetto il Paese che ha bisogno di eroi”), la frase di apertura del film è di altrettale impatto, ponendo un parallelo tra la guerra e la droga.

I primi venti minuti presentano una tensione palpabile, infarcita di stilemi linguistici bigelowiani.

Ma poi.
Il film si adagia su se stesso; una certa tensione viene mantenuta, la scena della battaglia a distanza nel deserto mi è parsa molto bella: tutto il resto, però, appare piatto, banale.
A cominciare dalla sceneggiatura, prevedibilissima e scontata (al primo apparire di ciascun personaggio si capisce subito che fine farà, se morirà, se verrà ferito, e la relativa funzione diegetica).
La scena del rapimento, verso la fine, sembra raffazzonata e inserita là così; non aggiunge molto.
Gli ultimi trenta minuti, poi, sono di uno scialbore quasi insostenibile.

Le dichiarate tematiche dell’eroismo e della droga si perdono per strada, non riescono a venire rese in una maniera significativa.
Il personaggio che si supporrebbe debba veicolare l’eroicità appare invece un incosciente, un folle, per cui si ha la conseguente impressione di indecisione, sia tematica che di registro.
La dipendenza dall’adrenalina, che dovrebbe costituire il terreno comune per la metafora della droga, parte bene, ma in seguito scema, per venire ripresa in maniera del tutto didascalica, con palpabile attrito tonale, al termine.

Resta appunto qualche scena d’impatto, e per quanto mi riguarda resta anche la scelta, che considero positiva, di non abbracciare alcuna ideologia, così come una discreta rappresentazione della guerra che si sta combattendo in Iraq, uno sguardo che suppongo e che ho trovato rivelatore su determinati, tremendi meccanismi reali del conflitto.

Permalink 1 commento

Forse il razzismo è una montatura?

ottobre 17, 2008 at 7:06 pm (notizie, Squallidume)

In genere non do peso a certa stampa, per cui ci sarebbe da sperare nel reato di diffusione di falso e di opinioni criminalmente tendenziose, e per la quale nutro un naturale rigetto anche fisico, oltre che mentale, che mi spingono a tenermene lontano (mi basta ascoltare lo spazio nelle rassegne stampa della radio).

Ma per questa segnalazione ho fatto una eccezione (forse visti anche i tempi che corrono).

A parte un chiaro intento di strumentalizzazione e lo squallore che si trasmette potentemente dalle ultime tre righe (e in retrospettiva dal titolo), non mi risulta molto chiaro il senso dell’articolo.

Squallore. Guardate quanto siamo bravi e fighi, noi del Giornale, che siamo gli unici a riportare la notizia [già peraltro abbondantemente circolata in rete] che il tentativo di rapimento di una bambina, a Catania, da parte di due rom era una puttanata colossale e che i due sono stati assolti.

Strumentalizzazione. Ci vuoi forse dire, caro Facci, che la schifosa ondata di razzismo che sta contraddistinguendo questo paesotto è in gran parte una montatura dei media? E che il Giornale, ben lungi dagli ambienti razzisti, è il primo e l’unico a fare autocritica nonché il solo a denunciare la falsità di tale montatura, che avrebbe peraltro come bersaglio proprio il meraviglioso governo di cui ci si vanta di essere voce e sostegno?

No, spiegatemi.
Intanto penso a dove cazzo si possa arrivare.

Permalink 3 commenti

Ancora su Saviano e su un manipolo di imbecilli

ottobre 17, 2008 at 3:46 pm (merdate, segnalazioni)

Questo video è semplicemente allucinante.

(E dedicato a tutti quelli che ma tanto a me non ha fatto niente, l’importante sono le mie sciocche comodità e tranquillità mica tutto il resto)

[Segnalato da La Pitzi]

Permalink 2 commenti

Cofferati non più sindaco

ottobre 16, 2008 at 10:21 pm (considerazioni, personaggi, politica)

Qualche giorno fa come tutte le mattine ascoltavo Città del Capo. La notizia del giorno era che Cofferati aveva deciso di non ricandidarsi come sindaco di Bologna. Tutta la prima parte del programma “Angolo B” (dalle 8 e mezza alle 9 e mezza) è stata dedicata a questa storia, con interventi telefonici di politici, esperti del settore e ascoltatori vari, i quali potevano partecipare anche con sms, come usa in pressoché tutti i programmi di questa radio.

Il registro sembrava piuttosto stupito per la scelta di Cofferati; probabilmente era nel taglio della trasmissione (peraltro comprensibile), sicché poco spazio è stato concesso ai miei due interventi via sms, in cui notavo che in fondo c’era poco da essere sorpresi, visto che fino dall’inizio si diceva (o “vociferava”, a seconda dei punti di vista) che per lui il passaggio da Bologna non avrebbe costituito altro che una palestra per palcoscenici più in vista e, secondo le logiche correnti, più significativi.

Inaspettato, più che altro, è stato il voltafaccia, che Cofferati ha fatto cadere a sei mesi dalle elezioni e dopo che già aveva assicurato che si sarebbe ripresentato. Tanto che da una parte si potrebbe sospettare che effettivamente i “motivi familiari” (come si scriveva nel libretto delle giustificazioni quando si faceva seghino a scuola in quinta) siano non dico reali (perché non lo dubito) bensì sinceri.
Mentre d’altra parte oramai si scrollano le spalle alle scelte del PD.

Poi tuttavia compare la notizia segnalata qua, della sua eventuale candidatura alle europee.
Che per una volta esigenze e desideri si siano incontrati?
(Tacendo ovviamente delle manfrine mediatiche e politiche.)
Continuo (e probabilmente continuerei) in ogni caso a nutrire seri dubbi e poche illusioni.

Permalink 2 commenti

Su Saviano, la camorra, il Male

ottobre 16, 2008 at 8:56 pm (disillusioni, riflessioni)

Gomorra è una metafora esistenziale, ci parla dell’essere umano, di come la parte cattiva prenda il sopravvento, di come a vincere sia sempre il Male. Il Bene è debole, in mano a pochi, che sono quelli che sanno usare o comprendere la Parola (nel senso laico, materiale). Ma pochissime persone sanno ascoltare, sanno leggere.

La camorra è l’ipostatizzazione di questo male, una delle sue incarnazioni; per questo è immortale, fa parte dell’anima profonda dell’essere umano.
È il potere, l’ambizione a ottenerlo, anche per un periodo breve, anche con la consapevolezza che non solo lo si perderà subito, ma che porterà inevitabilmente alla morte, per mano di altre branche di quello stesso male.
La Parola è il pensiero razionale, il tentativo di evolversi al di sopra degli istinti (animaleschi) che contraddistinguono e dirigono il Male, di sovvertire la legge del più forte con un pensiero diverso, impostato su altre logiche, su differenti meccanismi.
Per questo è faticosa, troppo impegnativa per quasi tutti.

Ho l’impressione che Saviano sapesse queste cose, le volesse coscientemente comunicare. Nel suo romanzo vi sono precise spie linguistiche e contenutistiche.
(Garrone, più disincantato, ha scelto un altro registro.)
La sua età, il suo carattere, la sua formazione lo portavano a sperare, ad avere ancora illusioni.

Il Male ha vinto di nuovo.

Permalink Lascia un commento

Gianni Di Gregorio, Pranzo di Ferragosto (2008)

ottobre 10, 2008 at 10:48 am (Cinema, recensioni)

Un piccolo gioiellino; delicato e levigato.

Un paio di professionisti, già sull’anziano, non possono badare alle rispettive madri e zie nella giornata/serata del 14 agosto, così si rivolgono a Giovanni, che in qualche modo è in debito con entrambi, e che già si occupa a tempo pressoché pieno della sua vecchia genitrice.
Il suo piccolo appartamento si troverà quindi quietamente invaso da queste vecchiette, ognuna con le sue fisime e i suoi capricci.

Il tono è leggero e i modi gentili, come quelli dell’abnegato ma non servile Giovanni, che sembra celare un evento doloroso nel suo passato, e beve vino senza soste.
Ma il pudore e l’educazione, come quelli che ci vorrebbero con le persone dell’età delle vecchiette, semplicemente accennano, o svelano senza morbose insistenze, pieni di ritegno e privi di stucchevolezze.

Così, il portamento e i modi della madre di Giovanni rivelano un’ascendenza o un passato quasi aristocratici, o per lo meno alto-borghesi, che stridono con l’ambiente e la realtà in cui lei e il figlio vivono ora; senza bisogno di spiegazioni, basta un brevissimo riferimento a un trascorso rovescio per renderci certi che la scelta di quella attrice non professionista non è stata affatto casuale.

E forse è questa la chiave del film, la cifra secondo cui è costruito.

Permalink Lascia un commento