Pablo Larrain, Tony Manero (2008)

gennaio 28, 2009 at 4:05 pm (Cinema, recensioni)

Rimandi, allusioni, metafore, forse perfino un’allegoria (no, va be’, questo pensiero stupido si è insinuato a livello corticale e resiste all’essere lavato via. Il pensiero di quest’uomo, Raúl Peralta, e della sua storia, ecco, che rappresenterebbero anche figurativamente le tristezze e le devianze del regime dittatoriale cileno).

Mentre in realtà il dettato appare ben più descrittivo. Sebbene le violenze da parte della polizia militare siano in fondo poco più che accennate e vengano compiute per lo più fuori campo (ciò che tuttavia non riesce a privarle della loro brutalità), appaiono invece concrete l’alienazione determinata dalla semipovertà e soprattutto l’intero clima di desolata pochezza umana. (Ah, ma allora vedi, che si allegorizza la vuotezza del furioso regime capitalista imposto dai Chicago Boys, di cui si avvalse Pinochet per scalzare il sistema democratico-socialista di Allende? Taci, cazzo, non ti ostinare a rientrare.)

Eppure anche la metafora è evidente, si diceva, l’assurgere del protagonista a figura esemplare del periodo, questo individuo dall’apparenza anche gentile e dimessa ma pronto alle violenze più turpi per raggiungere i suoi scopi.
E questi sono rappresentati da quanto di più alienato: l’industria del divertimento importata/messa in moto dal nuovo amico/alleato statunitense, per attuare meccanismi di controllo sociale che sono oramai tra i più riconosciuti.
(Peraltro, sembra essere un dato acquisito che durante il regime aumentarono i casi di malattia mentale – anche perché non venivano stanziati soldi per curarli.)

Quanto risulta massimamente disturbante sono comunque il modo e lo stile del racconto: crudi, sporchi, e pedissequi, si direbbe, nel perseguimento di uno squallore e di una schifezza materici, che vengono resi anche mediante riprese ravvicinate e senza censure sugli elementi di più bassa corporeità.

Tuttavia, le soggettive solo apparenti, gli inseguimenti e quasi i tallonamenti da parte della mdp che molte volte mantiene però un punto di vista obliquo, sembrano volere raggiungere il doppio effetto di avvicinare lo spettatore, quando non immergerlo nel laidume esterno e nella follia interiore di Raúl Peralta, e insieme di lasciargli un margine di riflessione, una posizione di scorcio che gli permetta di riflettere “nonostante” la forza dei dati mostrati.

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