The Millionaire (Danny Boyle, 2008)

febbraio 28, 2009 at 6:28 pm (antifrasi, Cinema, recensioni)

Un sublime esempio di mescolamento di generi, con il potente collante di uno stile innovativo, spiazzante, puntuale e centrato nelle scelte di inquadrature sghembe e di stralci di montaggio sincopato.
Sebbene di base sia una favola, in cui con impareggiabile maestria sono innestati sinceri, onesti quanto sussurrati sguardi sulla realtà indiana.

Ed è come favola che tutte le esperienze negative del protagonista vengono collezionate e si tramutano in patrimonio cui attingere per rispondere alle difficilissime domande per diventare milionario.
Esemplare, in questo senso, la prova a contrario: come fa questo genio milionario a non conoscere la scritta sulla bandiera dell’India? Ma la polizia sa forse quanto costa un piatto di panipuri nel negozio di Dharisha a Chowpatty? O chi ha rubato la bicicletta al tale poliziotto Varmy fuori della stazione di Santa Cruz giovedì scorso? Un vero tuffo nel mondo reale, nella vita vera, privo di orpelli retorici nella sua narrazione.

Pure il presentatore, gradevolissimo nel suo ricalcare gli atteggiamenti della categoria che impersona, sebbene assai misurato nel non gigioneggiare, calibrato e del tutto onesto nella interpretazione.
Qua Boyle potrebbe avere gioco facile, nel rappresentare il mondo della cattiva televisione, retta su falsità e rincoglionente a tutte le latitudini, seppure momento aggregativo e di rivalsa per i poveracci; eppure mantiene un profilo basso, come suo solito, e non abusa dei meccanismi di comportamento e di rapporto reciproco tra presentatore e pubblico e tra presentatore e concorrente.

Per finire, ciliegina bijou, che dà la misura della profondità intellettuale dell’operazione (oltre che di quella onestà culturale cui si è già accennato): l’omaggio schietto al cinema di Bollywood. Nella trama e nella scelta di quanto mostrare dell’India, oltre che nel modo; nel meraviglioso balletto finale.

Porco zio, che cagata ignobile.

Un plauso speciale ai sempre accorti adattatori/distributori italiani, che hanno pensato bene di rendere sia l'inglese sia l'hindi sempre con l'italiano, non fosse mai che lo spettatore si sforzi troppo per leggere due cazzo di sottotitoli, non fosse mai che si comincino a trattare le persone come esseri senzienti e dotate di sensibilità.
Ho ripreso con l'antifrasi.
Ok, stavolta più palese.

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Yoshihiro Nishimura, Tokyo Gore Police (2008)

febbraio 19, 2009 at 3:32 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Belli i tempi di Braindead, quando certo splatter, cui evidentemente questo film è avvicinabile, nelle sue esagerazioni era consapevolmente cazzone senza essere deficiente.

Ah ma guarda, sei partito proprio con il piede sbagliato. Qua ora siamo in Giappone, la patria di Tsukamoto e di Miike. E dei Guinea Pig.

Anche questo è vero. Tuttavia non ci siamo ancora; Miike, per quanto eccessivo, sgradevole, di regia e montaggio a volte compulsivi, discontinui, porta comunque avanti, in ciascuno dei suoi film (o per lo meno quelli che ho visto io), un progetto definiamolo coerente, con un assunto di fondo definito, pure nella sua eventuale allucinazione.
Tsukamoto lo stesso, e in più l’ho sempre considerato uno dei più acuti interpreti della condizione p*****derna; pure nel delirio citazionista, conserva una marca individuale fortissima, nella cifra stilistica come nei principi informatori.

E, concludo io, se ho capito dove vuoi andare a parare, i Guinea Pig mancano totalmente di una forma qualsiasi di ironia, sono estremi in un senso altro, che qua c’entra poco.

Esatto, perché abbiamo preso come riferimento gli splatter con componente cazzona.
In Tokyo Gore Police l’idea di fondo sarebbe anche buona: le ferite che diventano armi. Ma nello sviluppo si va abbondantemente oltre: restando nel campo dell’artificioso, si sfonda la soglia della gratuità inutile, si arriva al fastidio. La giapponesità, in questo, si trova più che altro nell’accumulo incontrollato, come in quell’altro film che si era visto un paio di giorni prima [siamo nel tempo del narrato, non della narrazione, N.d.R.].
E inoltre, magari non sarà una categoria estetica, ma non ho distolto lo sguardo nemmeno una volta.

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Masahiro Andô, Sword of the Stranger (2007)

febbraio 14, 2009 at 12:18 pm (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

La storia è piuttosto classica, senza trovate particolari, ma anche senza sbavature wannabe; i personaggi sono per lo più caratteri, anche se gestiti bene, nella trama e nei rapporti reciproci.
Ciò che rende questo film davvero godibile e meritevole è la realizzazione grafica, specie nella resa dei combattimenti.

Senza insomma troppe aspettative sul resto, il taglio specie di certe inquadrature (soggettive ballonzolanti, in imitazione quasi perfetta di quelle con operatori sul campo in carne e ossa e macchina da presa – e non a tavolino con disegni e computer) e soprattutto la maniera in cui sono realizzate, ossia la loro animazione, riescono davvero soddisfacenti e appaganti.

Per i combattimenti, vere punte di diamante, a volte i frame con i movimenti sono talmente numerosi che l’azione risulta confusa: ma non è una confusione negativa, come quella che nei film live è strettamente legata a una insipienza registica e la cui resa lascia un senso scazzante di vuoto e di mancanza; al contrario, si avverte una sensazione di pienezza accurata: quasi che nella nostra mente, tramite l’occhio, si riesca a creare la consapevolezza che i movimenti ci sono, anche se non si arriva a percepirli nitidamente.

Colpisce molto, inoltre, certa cruenza quasi splatter (nell’accezione tutto sommato leggera, quella di sanguinamenti e spappolamenti stilizzati), che a mio avviso si coniuga molto bene sia con il tipo di animazione e la sua realizzazione, sia con il tono dell’intero film.

Peccato che altri elementi a volte appaiano come sacrificati, e non solo volutamente, ossia con precisa scelta, non curati (come per molti versi sembra).
Il tema della droga che utilizzano i guerrieri cinesi è appena accennato, ma sarebbe potuto essere davvero interessante da sviluppare, o anche solo concedergli una attenzione maggiore. E lo stesso vale per il tratteggio della perfidia e dell’egoismo dei giapponesi, strettamente legati, probabilmente, all’epoca Sengoku in cui il film è ambientato.

Resta in sostanza la sensazione di incompiutezza: con un po’ di lavoro in più, Andô avrebbe forse potuto costruire, se non un capolavoro (che dirlo fa ingenuo sopra le righe), di certo un gran filmone.

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Ron Howard, Frost/Nixon (2008)

febbraio 11, 2009 at 12:07 pm (Cinema, recensioni)

Non mi convince, in pieno.
Nonostante ieri sera la ragazza con cui ho condiviso la visione abbia saputo argomentare molto acutamente contro le mie perplessità, che in effetti sono in parte scemate. Ma alcune sensazioni anche epidermiche restano. (E sul quanto siano lecite e permesse non si hanno quei 4 o 5 giga per soffermarsi.)

A cominciare dal tratteggio dell’intervistatore: fighetto o abnegato? Abile o cazzone?
Viene presentato come innovativo e rampante, ma viene anche detto che è stato cacciato dalla conduzione di una trasmissione americana e costretto a ripiegare in Australia. Qua a me è sembrato che si volesse dire: è talentuoso e incompreso (la colpa è stata del network statunitense), ma forse si sarebbe potuto recepire: non è tutto sto granché.
Assolda quei due reporter a dargli una mano per potere uscire con la bella compagna o per sbattersi a bestia a raccogliere finanziamenti e cercare di vendere l’intervista?

E poi, possibile tutta quella differenza fra le prime tre parti della stessa intervista e poi l’ultima? Questo comprende improvvisamente che forse è il caso di prepararsi un po’, di non fare leva unicamente sulle autosopravvalutate doti di anchorman?
No, magari è stata quella telefonata che lo ha illuminato, che gli ha fatto capire su cosa puntare. Ma cavolo, una illuminazione così in penombra?

Forse quindi è anche il modo in cui viene presentata, quella differenza.
Bisogna per forza metterla sul piano: questo finora ha preso una montagna di cazzotti, ma poi reagisce e vince. Really american. (Ma perché inoltre viene presentata così, quella reazione, come se fosse incidentale, come se passasse di là una occasione, to’! una occasione!, e venisse raccolta così, proviamoci va’?)
E allora spendiamo anche un breve pensiero sul reiterarsi che alla fine diventa fastidioso della similitudine con la boxe (o con la lotta): non solo i continui riferimenti verbali e situazionali, ma anche le scelte registiche: oh, si inquadrano alternativamente i secondi fuori ring, fanno il tifo, consigliano come se potessero essere sentiti, sono pronti a intervenire con asciugamani e secchio sputacchiera, a volte interrompono anche con sotterfugi più da baracconata wrestling.
Va bene, ok, abbiamo capito, è una sfida sportiva, un incontro, che diavolo di bisogno c’è di continuare a ripetercelo.

Non so, io di fronte a queste rappresentazioni mi chiedo, forse indebitamente, dove finisca il biografico reale e cominci il finzionale.
Che va bene le contraddizioni e le sfumature, ma siamo sicuri che a un certo punto non manifestino una indecisione di fondo? Una irresolutezza? E sì, sostenute peraltro da una forma di paraculaggine?

Ecco, secondo me lo sceneggiatore Morgan è stato un po’ paraculo.
Non so, è una argomentazione extratestuale, ma ciò si accorderebbe a quella vista americanità di Howard.
E dobbiamo spingere per forza sulla similarità dei due, sul loro stesso retroterra, sulle loro stesse motivazioni esistenziali? E si deve per forza temperare tutto, trovare i raddolcimenti umani, nell’operato e nel modo di essere di Nixon?

Che poi per il resto è un bel film, beninteso, supportato da interpretazioni magistrali, da un buon tratteggio dei personaggi secondari (quello interpretato da Bacon, su tutti, con un misto di amore filiale e omosessualità latente), da grandi abilità registiche.
E incorniciato da quelle due considerazioni verbali sul mezzo televisivo e sul suo potere (spiegato anche tecnicamente) che riescono brillantemente a non apparire affatto banali, e che vengono ribadite nel corso del film proprio dall’uso di macchina da presa e montaggio, in un perfetto accordo, in questo caso, tra intenzioni dichiarate e veicolamento attraverso la forma.

Insomma, questo film, idealmente, un otto se lo merita tutto; resta, oltre al resto, il fastidio per il suo atteggiarsi spaccone a un 10.

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David Fincher, Il curioso caso di Benjamin Button (2008)

febbraio 7, 2009 at 10:09 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Non sono sicuro che quanto seguirà non sia il frutto di mie elucubrazioni mentali.
Forse sono principalmente sensazioni.
Forse non ho molte prove strettamente testuali per dimostrare quanto affermerò.

Tuttavia.
Va bene, la sceneggiatura incede sicura, compatta, vecchio-romanzescamente declinata. La regia è precisa, puntuale, senza sbavature. Sarebbe già abbastanza; anche molto.
Eppure.

C’è l’inserimento di un elemento scardinante, di un particolare che si incastona e devia il meccanismo verso direzioni allo stesso tempo incredibili e consuete.
Un dettaglio che è anche un alone, un germe benigno che si espande nell’intero organismo narrativo, regalandogli come un colore trasparente che ha la forza di farne risaltare le figure.

Benjamin Button attraversa tutte le situazioni, tutti gli eventi, che contraddistinguono la vita di un uomo.
Ma il viverli mentre per lui il tempo scorre a rovescio, il basare le proprie esperienze su coordinate così inverosimili, crea un onnipresente, quietissimamente invasivo effetto straniante: come ogni straniamento narrativo, esso indaga e descrive il consueto, l’abituale, presentandolo dietro un punto di vista singolare, a volte ai limiti del pensabile (come il famoso cavallo in Tolstoj); con la differenza che in questo caso è l’intero testo, in sé, a permearsi di una base fondamentalmente straniata: l’elemento scatenante è insomma, nella sua importanza narrativa, alla base stessa del racconto.
Ciò ha l’effetto di esaltare una “normalità” il cui concetto e le cui caratteristiche fanno parte del bagaglio culturale e vitale di ogni uomo, perché si tratta della normalità del vivere. Senza bisogno di esplicitarla in maniera dichiarata, si pone quale rimando extratestuale obbligato, come solo il vivere può esserlo. In questo modo ne viene rivelata l’incredibile bellezza e singolarità, una bellezza cui usualmente non si pensa, della quale non si ha piena coscienza, tanto viene vissuta “dal dentro”, come cosa comune.

Un autentico colpo di genio, in sostanza. Letterario e cerebrale quanto si vuole (ma neanche troppo, senza che io voglia apparire spocchioso). E forse retorico-romanzesco, poco cinematografico.
Ma io ero esaltato, alla visione, una volta che questo gioco mi è parso chiaro. E quando alla fine è scattato un applauso tiepidino e poco convinto (si era all’anteprima proposta dal Future Film Festival), mi sarei voluto alzare ed entusiasmare: ma come, non capite, è straordinario, è un capolavoro, è magnifico.

Fa niente tutto il resto, compresi gli argomenti ad personam (o ad figuram).
Ma se volete smontarmi, vi attendo con ansia e vi accoglierò con piacere.

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Gus Van Sant, Milk (2008)

febbraio 7, 2009 at 3:34 am (Cinema, recensioni)

Si sarà detto ormai un po’ ovunque: Milk fa parte dell’insieme dei film più main-stream di Van Sant, e via declinando.
In genere dimenticandosi, mi pare, che il main-streaming di Van Sant comporta comunque, come in questo caso: inquadrature da vari e inconsueti punti di vista; uso mai banale della macchina da presa; uso sapientissimo di primi piani e di campi medi; sovrapposizione di piani temporali; montaggi alternati con immagini di repertorio (vere e finte); e via così.
Oppure si è talmente “abituati” a un linguaggio e a uno stile del genere, da parte sua, che quando li usa per un film che non sia un Gerry (che infatti a quanto mi risulta non è mai stato distribuito in Italia) (l'”infatti” è ironico) (e nonostante l’imdb dica il contrario) quasi non ci si fa caso, si tende a pensare: ah sì, ma è Van Sant, è normale?

Poi va bene, questa volta sono più contenuti (e ti vorrei vedere a fare un biopic con piani sequenza di trenta minuti di nuche [cit.]), ma appunto perché l’intenzione primaria è quella di raccontare la storia di Harvey Milk, primo politico eletto a una carica a dichiararsi apertamente gay.
E la storia viene raccontata dannatamente bene, anche con buona alternanza tra i momenti pubblici e la vita privata.
E poi c’è Sean Penn che è un mostro, bravissimo nell’interpretazione, trascinante ed emozionante quando impugna il megafono e sono qui per reclutarvi tutti, dio bono, rivendichiamo i diritti dei gay, questi bastardi conservatori vogliono licenziare i maestri omosessuali, perché loro sì che travieranno i nostri figli, mica il loro affezionato parroco di quartiere, che poi infatti toccherà mandarli all’Arcidiocesi di Brescia per guarirli.
No, lui non si esprime così, mi sono fatto trasportare.

Con tutto, ok, che il film ha i suoi difetti, non è un filmissimo.
Per esempio, appare eccessivamente “positively-oriented”: nonostante tutto quello che accade si reagisce sempre, si ha una energia inesauribile, si tira avanti sorridendo. Che non so se Harvey Milk fosse effettivamente così, ma nel film, ecco, ciò ha l’effetto di velare il tutto con una patina di retorica, e di didascalicità.
Inoltre, maledetto Van Sant, pare che ci faccia apposta a infilare delle cadute letteralmente incredibili. Non rivelo quali, ma a uno dei tre/quattro finali non ci si crede.
(E poi, ma Milk era così muscolopalestrato? Penn ha dei bicipiti da Vendicatore, altro che consigliere comunale.)

Ma insomma, grande. E ce n’è proprio bisogno.

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Nina Paley, Sita Sings the Blues (2008)

febbraio 3, 2009 at 11:08 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Tre racconti si intrecciano, o meglio si alternano nella narrazione.
Perché in fondo si tratta sempre della stessa storia, il Ramayana, usato quasi come archetipo degli amori finiti e dei rapporti spezzati, e raccontato in tre maniere differenti e a loro volta con strumenti singolari; maniere che appaiono tanto o poco distanti l’una dall’altra, sul piano stilistico dei disegni o addirittura su quello dei meccanismi legati a differenti tradizioni culturali.

Così, abbiamo l’ambientazione statunitense (Occidentale), in cui maggiormente viene avvertita la distanza ma allo stesso tempo l’adattabilità (senza pieghe).
Abbiamo la modalità quasi metanarrativa, e che funge da raccordo, dei ragazzi (studenti) che si raccontano/interpretano con leggerezza e divertimento il testo sacro.
Abbiamo stralci del Ramayana vero e proprio, con episodi che tuttavia vengono cantati in dolci, sorridenti ma commoventi jazz con testi blue, accompagnati/contrappuntati dalla comicità “concettuale” di questo tipo di interpretazione nonché delle situazioni rappresentate.

A rimanere sempre identici, dappertutto, sono la tecnica di animazione in Flash e il punto di vista: quello femminile.
E se nella storia americana la Lei è la geniale regista/inventrice, la vocalist è la jazzista Annette Hanshaw, probabilmente perché “she combined the voice of an ingenue with the spirit of a flapper”.

Un gioiello, un autentico sorprendente gioiello.

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Liliana Romero & Norman Ruiz, Martín Fierro (2007)

febbraio 2, 2009 at 3:41 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Il film è tratto da un poema epico del 1872 di José Hernández, El gaucho Martín Fierro, che parla di un gaucho costretto a entrare nell’esercito argentino per combattere contro gli indios che si opponevano all’avanzata verso sud dei proprietari terrieri.
Martín Fierro, dotato di un profondo senso della giustizia, si ribella.

La storia viene onestamente rispettata: il film si offre come un compendio, con il pregio tipico ed encomiabile delle opere riuscite di questo tipo di destare l’attenzione e la curiosità per eventuali approfondimenti. Ciò che tuttavia costituisce anche un limite, che si traduce nella mancanza di guizzi o di impronte più marcatamente autoriali.

Il disegno, in un certo senso, perviene a un effetto identico: da una parte è singolare, volutamente brutto e sgraziato (per cui potenzialmente straniante), e ricorda il tratto satirico del nostro Altan; ma d’altra parte è temperato da quelle curve e rotondità che appaiono in ogni caso rassicuranti.

Ho trovato parentesi interessanti e gradevoli negli inserti musicali, con le sfide a colpi di poesia e chitarra a testimonianza di usanze e tradizioni che sono state fino a pochissimo tempo fa anche nostre (e che a stento sopravvivono in qualche nicchia).

[Aggiornamento. Avevo già scritto il post, e mi trovavo fuori casa, quando ho saputo che il film ha vinto il Festival.
Non è sicuramente il migliore che ho visto.
Non conosco ancora il motivo della predilezione, ma mi sono ritrovato a fantasticare una curiosa analogia, nei parametri di assegnazione, con le scelte "politically-oriented" di quest'anno dell'Academy. Infatti, tra tutti i film in concorso (solo di due dei quali mi manca la visione, ma ne ho letto le sinossi), Martín Fierro è l'unico che tratta smaccatamente di storia e di politica.]

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