David Fincher, Il curioso caso di Benjamin Button (2008)

febbraio 7, 2009 at 10:09 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Non sono sicuro che quanto seguirà non sia il frutto di mie elucubrazioni mentali.
Forse sono principalmente sensazioni.
Forse non ho molte prove strettamente testuali per dimostrare quanto affermerò.

Tuttavia.
Va bene, la sceneggiatura incede sicura, compatta, vecchio-romanzescamente declinata. La regia è precisa, puntuale, senza sbavature. Sarebbe già abbastanza; anche molto.
Eppure.

C’è l’inserimento di un elemento scardinante, di un particolare che si incastona e devia il meccanismo verso direzioni allo stesso tempo incredibili e consuete.
Un dettaglio che è anche un alone, un germe benigno che si espande nell’intero organismo narrativo, regalandogli come un colore trasparente che ha la forza di farne risaltare le figure.

Benjamin Button attraversa tutte le situazioni, tutti gli eventi, che contraddistinguono la vita di un uomo.
Ma il viverli mentre per lui il tempo scorre a rovescio, il basare le proprie esperienze su coordinate così inverosimili, crea un onnipresente, quietissimamente invasivo effetto straniante: come ogni straniamento narrativo, esso indaga e descrive il consueto, l’abituale, presentandolo dietro un punto di vista singolare, a volte ai limiti del pensabile (come il famoso cavallo in Tolstoj); con la differenza che in questo caso è l’intero testo, in sé, a permearsi di una base fondamentalmente straniata: l’elemento scatenante è insomma, nella sua importanza narrativa, alla base stessa del racconto.
Ciò ha l’effetto di esaltare una “normalità” il cui concetto e le cui caratteristiche fanno parte del bagaglio culturale e vitale di ogni uomo, perché si tratta della normalità del vivere. Senza bisogno di esplicitarla in maniera dichiarata, si pone quale rimando extratestuale obbligato, come solo il vivere può esserlo. In questo modo ne viene rivelata l’incredibile bellezza e singolarità, una bellezza cui usualmente non si pensa, della quale non si ha piena coscienza, tanto viene vissuta “dal dentro”, come cosa comune.

Un autentico colpo di genio, in sostanza. Letterario e cerebrale quanto si vuole (ma neanche troppo, senza che io voglia apparire spocchioso). E forse retorico-romanzesco, poco cinematografico.
Ma io ero esaltato, alla visione, una volta che questo gioco mi è parso chiaro. E quando alla fine è scattato un applauso tiepidino e poco convinto (si era all’anteprima proposta dal Future Film Festival), mi sarei voluto alzare ed entusiasmare: ma come, non capite, è straordinario, è un capolavoro, è magnifico.

Fa niente tutto il resto, compresi gli argomenti ad personam (o ad figuram).
Ma se volete smontarmi, vi attendo con ansia e vi accoglierò con piacere.

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Gus Van Sant, Milk (2008)

febbraio 7, 2009 at 3:34 am (Cinema, recensioni)

Si sarà detto ormai un po’ ovunque: Milk fa parte dell’insieme dei film più main-stream di Van Sant, e via declinando.
In genere dimenticandosi, mi pare, che il main-streaming di Van Sant comporta comunque, come in questo caso: inquadrature da vari e inconsueti punti di vista; uso mai banale della macchina da presa; uso sapientissimo di primi piani e di campi medi; sovrapposizione di piani temporali; montaggi alternati con immagini di repertorio (vere e finte); e via così.
Oppure si è talmente “abituati” a un linguaggio e a uno stile del genere, da parte sua, che quando li usa per un film che non sia un Gerry (che infatti a quanto mi risulta non è mai stato distribuito in Italia) (l'”infatti” è ironico) (e nonostante l’imdb dica il contrario) quasi non ci si fa caso, si tende a pensare: ah sì, ma è Van Sant, è normale?

Poi va bene, questa volta sono più contenuti (e ti vorrei vedere a fare un biopic con piani sequenza di trenta minuti di nuche [cit.]), ma appunto perché l’intenzione primaria è quella di raccontare la storia di Harvey Milk, primo politico eletto a una carica a dichiararsi apertamente gay.
E la storia viene raccontata dannatamente bene, anche con buona alternanza tra i momenti pubblici e la vita privata.
E poi c’è Sean Penn che è un mostro, bravissimo nell’interpretazione, trascinante ed emozionante quando impugna il megafono e sono qui per reclutarvi tutti, dio bono, rivendichiamo i diritti dei gay, questi bastardi conservatori vogliono licenziare i maestri omosessuali, perché loro sì che travieranno i nostri figli, mica il loro affezionato parroco di quartiere, che poi infatti toccherà mandarli all’Arcidiocesi di Brescia per guarirli.
No, lui non si esprime così, mi sono fatto trasportare.

Con tutto, ok, che il film ha i suoi difetti, non è un filmissimo.
Per esempio, appare eccessivamente “positively-oriented”: nonostante tutto quello che accade si reagisce sempre, si ha una energia inesauribile, si tira avanti sorridendo. Che non so se Harvey Milk fosse effettivamente così, ma nel film, ecco, ciò ha l’effetto di velare il tutto con una patina di retorica, e di didascalicità.
Inoltre, maledetto Van Sant, pare che ci faccia apposta a infilare delle cadute letteralmente incredibili. Non rivelo quali, ma a uno dei tre/quattro finali non ci si crede.
(E poi, ma Milk era così muscolopalestrato? Penn ha dei bicipiti da Vendicatore, altro che consigliere comunale.)

Ma insomma, grande. E ce n’è proprio bisogno.

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