Ron Howard, Frost/Nixon (2008)

febbraio 11, 2009 at 12:07 pm (Cinema, recensioni)

Non mi convince, in pieno.
Nonostante ieri sera la ragazza con cui ho condiviso la visione abbia saputo argomentare molto acutamente contro le mie perplessità, che in effetti sono in parte scemate. Ma alcune sensazioni anche epidermiche restano. (E sul quanto siano lecite e permesse non si hanno quei 4 o 5 giga per soffermarsi.)

A cominciare dal tratteggio dell’intervistatore: fighetto o abnegato? Abile o cazzone?
Viene presentato come innovativo e rampante, ma viene anche detto che è stato cacciato dalla conduzione di una trasmissione americana e costretto a ripiegare in Australia. Qua a me è sembrato che si volesse dire: è talentuoso e incompreso (la colpa è stata del network statunitense), ma forse si sarebbe potuto recepire: non è tutto sto granché.
Assolda quei due reporter a dargli una mano per potere uscire con la bella compagna o per sbattersi a bestia a raccogliere finanziamenti e cercare di vendere l’intervista?

E poi, possibile tutta quella differenza fra le prime tre parti della stessa intervista e poi l’ultima? Questo comprende improvvisamente che forse è il caso di prepararsi un po’, di non fare leva unicamente sulle autosopravvalutate doti di anchorman?
No, magari è stata quella telefonata che lo ha illuminato, che gli ha fatto capire su cosa puntare. Ma cavolo, una illuminazione così in penombra?

Forse quindi è anche il modo in cui viene presentata, quella differenza.
Bisogna per forza metterla sul piano: questo finora ha preso una montagna di cazzotti, ma poi reagisce e vince. Really american. (Ma perché inoltre viene presentata così, quella reazione, come se fosse incidentale, come se passasse di là una occasione, to’! una occasione!, e venisse raccolta così, proviamoci va’?)
E allora spendiamo anche un breve pensiero sul reiterarsi che alla fine diventa fastidioso della similitudine con la boxe (o con la lotta): non solo i continui riferimenti verbali e situazionali, ma anche le scelte registiche: oh, si inquadrano alternativamente i secondi fuori ring, fanno il tifo, consigliano come se potessero essere sentiti, sono pronti a intervenire con asciugamani e secchio sputacchiera, a volte interrompono anche con sotterfugi più da baracconata wrestling.
Va bene, ok, abbiamo capito, è una sfida sportiva, un incontro, che diavolo di bisogno c’è di continuare a ripetercelo.

Non so, io di fronte a queste rappresentazioni mi chiedo, forse indebitamente, dove finisca il biografico reale e cominci il finzionale.
Che va bene le contraddizioni e le sfumature, ma siamo sicuri che a un certo punto non manifestino una indecisione di fondo? Una irresolutezza? E sì, sostenute peraltro da una forma di paraculaggine?

Ecco, secondo me lo sceneggiatore Morgan è stato un po’ paraculo.
Non so, è una argomentazione extratestuale, ma ciò si accorderebbe a quella vista americanità di Howard.
E dobbiamo spingere per forza sulla similarità dei due, sul loro stesso retroterra, sulle loro stesse motivazioni esistenziali? E si deve per forza temperare tutto, trovare i raddolcimenti umani, nell’operato e nel modo di essere di Nixon?

Che poi per il resto è un bel film, beninteso, supportato da interpretazioni magistrali, da un buon tratteggio dei personaggi secondari (quello interpretato da Bacon, su tutti, con un misto di amore filiale e omosessualità latente), da grandi abilità registiche.
E incorniciato da quelle due considerazioni verbali sul mezzo televisivo e sul suo potere (spiegato anche tecnicamente) che riescono brillantemente a non apparire affatto banali, e che vengono ribadite nel corso del film proprio dall’uso di macchina da presa e montaggio, in un perfetto accordo, in questo caso, tra intenzioni dichiarate e veicolamento attraverso la forma.

Insomma, questo film, idealmente, un otto se lo merita tutto; resta, oltre al resto, il fastidio per il suo atteggiarsi spaccone a un 10.

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