Stephen Daldry, The Reader (2008)

marzo 2, 2009 at 1:36 pm (Cinema, recensioni)

Non si può prescindere dal personaggio di Hanna Schmitz, anche al di là della interpretazione (magistrale) di Kate Winslet.
Non solo ignorante, ma stupida, nel senso letterale di colei che resta sbalordita, che davanti a determinati avvenimenti rimane attonita e non sa che partito prendere, risolvendosi infine per quello che le era stato indicato/ordinato, senza coscienza o senso critico. Qualità di cui resta deficiente anche in seguito, quando nemmeno davanti al fatto compiuto e alle sue conseguenze arriva a comprendere la portata delle sue azioni e dei suoi pensieri. Per cui, l’incapacità trova un sostegno nella noncuranza, insinuandosi in questo modo un rifiuto della volontà, una colpa morale ed etica.
Eppure, Hanna è anche sensuale, dolce nella sua semplicità, commovente nel rimanere profondamente affascinata dai libri che le si leggono.

È allora imprescindibile perché fornisce la misura del film intero. Che risulta coinvolgente e piuttosto ben fatto (ormai per questo tipo di film sembra essere istituito un minimo sindacale standard di abilità nell’uso della macchina da presa, che peraltro Daldry supera abbondantemente) quando narra la storia di questo rapporto amoroso folle, ma che poi nella virata della ideale seconda parte diventa eticamente molto discutibile, se non scorretto.
Si scopre infatti che ha utilizzato, e continuerà a utilizzare, artifici retorico-testuali che spingono a commuovere per le vicende di quella che diventa anche una carogna nazista (oltre a essere già una stronza di suo, sebbene inconsapevole, in quanto ha comunque adescato, lei ultratrentenne, un quindicenne inesperto, rovinando peraltro il resto della sua vita).*

*[In una sala gremita e con una percentuale incredibile di graziose fanciulle, erano in parecchie a tirare su con il naso e a far rotolare piano qualche lacrima, e mi sarei voluto voltare verso la mia vicina, così, esemplarmente, e dirle: aho’, ma che cazzo piangi, ti rendi conto di quello che ha fatto? Mica la si può giustificare solo perché appare così sempliciotta indifesa, e non ti accorgi che ti si vuole spingere invece proprio a questo?
E ovviamente ci sono cascato anche io, sulle prime, di pancia.]

Insomma, questa potrebbe non essere una categoria estetica, denotando, piuttosto, abilità da parte del regista, ma fare leva su determinati sentimenti per tratteggiare personaggi e raccontare situazioni del genere, a me sa anche, e parecchio, di Nuovo Cinema Paraculo [cit.].

A risultare comunque soffocata è precisamente la ragione, rappresentata dalla parte del film in cui si svolge il seminario e poi il processo, con l’interessante discorso del professor Ganz e l’ancora più interessante intervento di uno studente che finiscono con l’assumere la forma quasi di una seminvoluzione di sceneggiatura, che resta là a galleggiare mentre meriterebbe un approfondimento maggiore, data la pesantezza avvertibile e l’importanza dei temi chiamati in causa.
La struttura del film, quella che tenta di essere una intelligente partizione, pare insomma restare più una ambizione che non diventare un risultato effettivo.

Superata la “parentesi” della ragione, si torna infatti su binari sentimentali, più pacati e anche stavolta di scrittura e fattura pregevoli, non fosse per il decadimento conclusivo di due dei tre finali, in cui peraltro viene di nuovo allo scoperto, anche per vie traverse e sostenute dalla retorica, la scorrettezza paracula di un “revisionismo dei sentimenti” altrettanto paraculo.

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4 commenti

  1. My funny Valentine said,

    Sì, non posso non condividere in parte quello che scrivi. Concordo con il «paraculo», concordo con il fatto che la ragione, in questo film, è messa da parte, e così via.
    C’è però una riflessione che ho fatto, dopo averlo visto e aver letto alcune critiche (negative) su di esso. Vorrei condividerla con te.
    Lei, la nazista, era una stronza cattiva e assassina. Ok. Questo è fuori discussione. Ma il fatto che fosse una stronza cattiva assassina non esaurisce tutto il suo essere, non ci dice di lei tutto quello che lei stessa era.
    Una cosa mi dà sempre i brividi, quando ripenso a quell’epoca e alla Shoah, dal punto di vista dei tedeschi. Ed è che non credo fossero tutti degli stronzi cattivi assassini, non credo fossero dei mostri. Erano persone normali, come lo siamo noi. Persone normali in un’epoca anormale che di loro ha fatto qualcosa che noi vorremmo non dover mai scoprire su noi stessi.
    In quel film, la nazista cattiva e assassina mi piace perché è un essere in cui si mescola bene e male, ingenuità e sadismo, ignoranza e delicatezza. Una persona come noi, che i tempi, le ideologie e un temperamento forse debole, hanno reso moralmente spaventosa. Ma è solo un caso, una fortunata coincidenza che là ci fosse lei e non noi.
    La condanna in blocco non rende giustizia della complessità degli esseri umani, e allontana l’orrore da noi facendoci erroneamente credere che noi non saremmo capaci di tanto. Cosa di cui non sono poi così sicura…
    V

  2. dottorcarlo said,

    Ciao, grazie per le tue riflessioni.

    Quanto ho cercato di dire, qua e altrove, non riguarda tanto ciò che viene mostrato, ma come lo sia.
    Trovo eticamente scorretto utilizzare artifici di retorica testuale (e narrativa) per suscitare commozione verso comportamenti che restano comunque da condannare, sebbene abbiano tutte le sfumature che si voglia.
    Va bene dipingere la complessità, rendere le sfaccettature, ma secondo me la posizione sottostante dovrebbe restare chiara (o al limite sospesa, ma non certo giustificatrice e paracula), per il motivo che ci sono alcune cose che vengono universalmente ritenute più importanti di altre.

    Ti ho quindi in parte risposto anche riguardo la questione morale in sé.
    La “normalità” mi fa paura e mi schifa, se così intesa e così avallata. Inoltre, il concetto stesso di “normalità” non è certo fissato e immobile, sempre uguale a se stesso.
    Faccio una gran fatica ad accettare quelle che mi appaiono solo come autogiustificazioni. Anche perché, l’essere umano dovrebbe tendere a migliorarsi, dovrebbe comprendere e crescere: proprio per evitare che se “noi” fossimo stati là avremmo fatto le identiche cose.
    (Ma qua andrebbe anche posto un distinguo tra lei e le sue azioni e tutti quegli altri “indifferenti”. Tema che viene toccato nella parte centrale, ma che, come ho scritto, viene abortito, lasciato perdere: e questa stessa scelta fornisce la misura dell’operazione di Daldry.)

    (E anche poi il fatto, mettendo le mani avanti, che quanto ho scritto possa venire ritenuto idealista, direi che dipenda in sostanza dal punto di vista di chi legge.)

  3. Notizie dai blog su The reader (A voce alta) – di Stephen Daldry said,

    […] Stephen Daldry, The Reader (2008) Non si può prescindere dal personaggio di Hanna Schmitz, anche al di là della interpretazione (magistrale) di Kate Winslet. blog: Lo spettatore di provincia | leggi l'articolo […]

  4. Notizie dai blog su The reader (a voce alta) – diretto da Stephen Daldry- said,

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