Jeremiah Zagar, In a Dream (2008)

giugno 19, 2009 at 12:27 pm (anteprime, Biografilm Festival 2009, Cinema, recensioni) (, , , , )

Isaiah Zagar 'Adler S Walls' 1990, Philadelphia, Pennsylvania
Isaiah Zagar è un incredibile mosaicista di Philadelphia. Taglia e rompe vetri, soprattutto, ma anche mattonelle, e li utilizza, insieme a vari altri materiali, per ricoprire e tappezzare intere pareti, intere stanze, intere case, interi giardini (!), seguendo disegni semplici ma ricchi e coloratissimi.

Il figlio Jeremiah ne documenta la storia travagliata, alla registrazione e al racconto della quale Isaiah si offre senza pudori, e insieme a lui la moglie e il loro altro figlio.
L’uso della mdp appare sapiente, specie nella scelta di primi piani suggestivi (e pur avendo gioco facile, per così dire, con la carica espressiva e la simpatia naturale del viso di Isaiah); allo stesso modo, appare ottimamente costruito il montaggio, sia quanto all’inserimento e alla gestione di foto e di brevi girati del passato, sia nella strutturazione stessa del film.

Benché infatti si tratti di un documentario (ma l’uso della concessiva potrebbe risultare scorretto, dal momento che non sono un esperto del genere), l’intreccio viene elaborato secondo libere regole di fiction, con inizio, complicazioni che si alternano a svolgimenti, conclusione; sparse per ciascun segmento, inoltre, appaiono rivelazioni (ed eventi) spiazzanti e pieni di pathos (su cui però non si indulge).
I medesimi protagonisti diventano a volte attori di loro stessi.

Un ottimo film, in sostanza, che con merito è risultato il vincitore del concorso.

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Julien Temple, The Great Rock ‘n’ Roll Swindle (1980)

giugno 17, 2009 at 12:27 pm (Biografilm Festival 2009, Cinema, recensioni) (, , , )

Mentre in The Filth and the Fury, venti anni più tardi, a parlare, raccontare, commentare la breve parabola dei Sex Pistols sarà Johnny Rotten (allora Lydon), sempre dall’ombra, qua la parola viene lasciata a Malcolm McLaren. Che approccia dal suo punto di vista; e che spaccia e manipola quelle che verranno rivelate come numerose, oggettive, falsità.

Non so se Julien Temple ne fosse al corrente, ma l’operazione presenta lati moralmente discutibili: nel dare rilevanza e centralità a questo manager che ammette candidamente di avere sfruttato una idea/operazione per raggranellare mucchiate di denaro all’insegna della truffa; nel marcare il dramma di Sid Vicious da un’angolazione cinica e idealmente in linea con le schifezze del mercato (la chiusura del film è di gusto decisamente cattivo).

Al di là di queste considerazioni, che ritengo comunque centrali, il film funziona. Una finta indagine condotta dal chitarrista Jones si alterna a stralci finzionali di una giornata di McLaren, a pezzi di concerti dei Pistols, a cartoni animati e così via. L’appartenenza al genere mockumentary si rivela anche nel diverso utilizzo del molto materiale che verrà riproposto in The Filth and the Fury: cartoni animati più lunghi, montaggio meno spezzettato di alcuni eventi biografici (laddove questa maggiore lunghezza comporta il comprendervi sequenze poco utili ai fini documentari e allo stesso tempo crea la sensazione di una finzionalità più accentuata).
Anche i pezzi musicali godono di spazio maggiore.

Un film dispari, come uso dire. Va allora un plauso ai programmatori del Festival, che ne hanno inserito la proiezione temporalmente dopo la versione corretta della storia, da cui in ogni caso The Great Rock ‘n’ Roll Swindle non dovrebbe essere disgiunto.

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Ang Lee, Taking Woodstock (2009)

giugno 12, 2009 at 12:10 pm (Biografilm Festival 2009, Cinema, recensioni) (, , , , , )

Un film decisamente insulso.
Che poi avevo difeso Ang Lee anche per Hulk e per Lussuria; così, per sgomberare il campo da sospetti di partiti presi o pregiudizi vari.
Ma qua siamo dalle parti del nooo, pure questo, cos’altro?

Questa commediola familiare dall’atmosfera di datata fiction seriale, con i retroscena dell’organizzazione dell’evento Woodstock, appare infatti quasi una collezione programmatica di cliché e di luoghi comuni, su tutti i diversi piani: forse a cominciare proprio dal tono pacato e sotto le righe dello stesso Lee.
Ma continuando con le battute, le situazioni, gli snodi della trama, le scelte di sceneggiatura nell’inserimento dei contorni (lo sbarco lunare), la fotografia, la descrizione di eventi e di episodi oramai dell’immaginario collettivo per quanto inflazionati, e così via.

Una cartolina vuota e ai limiti del fasullo, in cui una estetizzazione da bignami non cela una mancanza di un qualsiasi sentimento di reale nostalgia.

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Julien Temple, The Filth and the Fury (2000)

giugno 11, 2009 at 5:04 pm (Biografilm Festival 2009, Cinema, recensioni) (, , , , )

Ogni anno il Biografilm Festival dedica una retrospettiva a un documentarista musicale.
L’anno scorso ebbi il formidabile piacere di conoscere Peter Whitehead; quest’anno riscoprirò Julien Temple.

The Filth and the Fury traccia la storia dei Sex Pistols. Come qualcuno probabilmente si aspetterà, per me guardare questo documentario ha significato anche tornare alla mia adolescenza tra i 17 e i 25, grosso modo: ché sono sempre stato un po’ ritardatario e, soprattutto, conoscevo un amico che era, e per certi versi faceva, il ritratto di Sid Vicious.

Il film si concentra sulla storia del gruppo, sui profili umani, personali, dei suoi membri, specie di Rotten e di Vicious (e della stronza Nancy); sulla provenienza da un preciso contesto storico e sociale e sull’impatto che successivamente ne ebbero (ma senza calcare la mano in modo morboso sulle schifezze basso corporali); sul ruolo e sul comportamento da bastardo del manager McLaren.
Ciò trova coerenza e corrispondenza anche nel fatto che musicalmente i Pistols erano rozzi e semplici (i 3 accordi di Anarchy in the UK; e si ripete più volte che Vicious proprio non sapeva suonare, e il basso nei concerti veniva tenuto al minimo se non spento), oltre che nelle superbe scelte di montaggio, con magnifici accostamenti di vario materiale, anche di fiction televisive e teatrali e di cartoni animati (una delle chicche è l’incontro tra Rotten e Sting in Who Killed Bambi?).

Una eco estetizzante di anarchismo si può scorgere nitidamente (se non ero troppo sbronzo) in piccoli scivolamenti temporali tra fatti e interviste d’epoca e nel sovrapporsi a volte caotico e indistinto di voci.
E la risposta a quello che potrebbe sembrare il punto debole del film, ossia un (supposto) scarso approfondimento della contraddizione fra il modo di essere impersonato e sbandierato dai Sex Pistols e i loro contratti a 5 sterlinarie cifre, più che nella affermata incoscienza del tutto da parte loro (alimentata dall’ingannevole McLaren), probabilmente si trova, secondo una struttura forse più da fiction che non da documentario, nella loro stessa autodistruzione.

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