Susanna Nicchiarelli, Cosmonauta (2009)

settembre 24, 2009 at 9:22 am (Cinema, recensioni) (, , , )

Il timore più grande nei riguardi di questo film era che riducesse il comunismo italiano del secondo dopoguerra alla cifra della semplificazione più o meno barzellettistica.
Timore fugato del tutto, per fortuna.

Perché Cosmonauta è per prima cosa una commedia tenera, con un tocco à la francese nella delicatezza dei toni e nel tratteggio dei personaggi, a cui si aggiungono una mimica e una romanità prettamente (e ovviamente) italiane ma pur sempre lievi, sotto le righe ma riconoscibili in quanto tali.
Lo sfondo dell’ambiente politico è comunque presente e a volte non è neanche tanto sfondo: non resta inerte, bensì impronta diversi passaggi della trama, che ne risulta immersa, quindi, in una maniera non passiva.

Sebbene forse, più che altro, a venire fuori sottotraccia sia la questione femminile.
Si rimane infatti colpiti dalla differenza dei caratteri della ragazza protagonista e di sua madre; e anche se da una parte le situazioni vissute dalla ragazza vengono contestualizzate anche verbalmente e più di una volta nel periodo politico, mentre per quanto riguarda il piano storico-sociale la questione femminile sarebbe esplosa in tutta la sua portata, in Italia, qualche anno più tardi rispetto all’ambientazione del film, non credo si rischi la sovrainterpretazione se si pensa che di tale questione potrebbe venire inscenato un prodromo, una avvisaglia.

Un film tenero, in sostanza e come già detto, ma allo stesso tempo ricco e stratificato.
Nicchiarelli appare una regista da seguire con attenzione, considerando anche la vis sperimentativa che mostra, a livello linguistico personale, nel cortometraggio che anticipa il film.

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Werner Herzog, Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (2009)

settembre 18, 2009 at 1:03 pm (Cinema, recensioni) (, , , , )

Herzog ha dichiarato di non avere mai visto il film di Abel Ferrara.
Io lo vidi tipo una decina di anni fa, e a parte Keitel disturbato e Ferrara disturbatissimo, non ricordo niente.
Frega a qualcuno? No.

Acqua. Prima sporca, libera a ricoprire devastazioni, poi tranquilla e rinchiusa. Ma pur sempre acqua.
Luci e ombre, da un ufficio sempre con quelle serrandine tirate, i volti e gli ambienti graticolati; spesso la faccia di Cage divisa letteralmente in due, e pienamente illuminata quasi solo nei momenti di massima difficoltà.

Sebbene per i primi 30/40 minuti sia stato là titubante: che razza di storia inutile e senza senso è mai questa, il cui script appare già visto e rivisto e la cui sceneggiatura se ne sbatte dei raccordi e li tira via così, tanto perché in qualche modo devono starci? (Se fossero mancati del tutto, sarebbe stato un altro film, probabilmente di un altro regista; ma questo non ci interessa.)
Poi sono comparse le iguane, e allora ho capito.

Film pienamente herzoghiano, dunque, così come il personaggio protagonista gobbo sciancato e altro (benché Cage non sia Kinski ma sia Cage, e a volte sembri ricordarcelo); anche in quanto tale da vedere e decisamente con gusto; seppure forse un po’ irrisolto, probabilmente poco coeso nel trasfondere (comunicare) quel livello più profondo di realtà e quello sguardo su di esso che informano la filmografia di questo grande.

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Sam Raimi, Drag Me to Hell (2009)

settembre 16, 2009 at 1:38 pm (Cinema, recensioni) (, )

Questo film riconcilia con Sam Raimi dopo le pantomime di Tobey Maguire in Spider-Man 3.

Ci sono molti elementi degli horror classici nonché dell’horror classico (i cui alone e atmosfera vengono forse omaggiati nelle belle illustrazioni/incisioni dei titoli di apertura), e si assiste a una sorta di sublimazione dello stile (si può dire “poetica”?) di Raimi.
Il regista è qui indubitabilmente al suo meglio, dal momento che riesce a temperare alla perfezione la paura e lo humour, centrando la resa della prima e dosando sobriamente il secondo.

Nonostante il tappeto musicale, quasi tutte le volte, faccia capire benissimo che qualcosa di brutto accadrà (e anche l’istante preciso, in cui accadrà), e nonostante le altre volte lo spavento si possa intuire con una certa sicurezza conoscendo un minimo le regole del genere, il colpo va sempre a segno, l’emozione e il balzo sono assicurati.
(E secondo me l’acume di Raimi sta anche nel non esagerare con i rilanci immediatamente successivi, e quasi si resta favorevolmente stupiti quando evita i sovraccarichi che probabilmente avrebbe utilizzato un regista meno abile.)

Anche sul versante umoristico sono assenti eccessi e caciaronate, benché guizzi qua e là l’impronta burlesca e fanfarona.
E non mancano strizzate d’occhio a certo impegno metaforico, con il comportamento della protagonista verso la vecchia zingara e, più sottilmente (ma senza che questi divengano temi trainanti), con l’allusione al reale valore di una moneta del 1929.

Drag Me to Hell, in sostanza, non può non riavvicinare alla sala, e va assolutamente goduto al cinema.

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Erik Gandini, Videocracy – Basta apparire (2009)

settembre 9, 2009 at 9:33 pm (Cinema, recensioni) (, , , , , )

Il film inizia con “tutto cominciò da qui” e spogliarello di casalinga in uno studio televisivo creato dentro un bar se lo spettatore al telefono risponde correttamente a una facile domanda.
Poi si passa a raccontare dell’operaio Riccardo, e la macchina da presa, dietro precisa scelta di messa in scena, gigioneggia un po’ sulla madre. Così come, nel seguito, indugia su bimbi e su anziani dall’espressione bavosa durante uno spettacolo di signorine discinte. E Riccardo, pregno di quella cultura che il film si appresta a denunciare, confonde il cinema con la televisione, i film di Superman con gli spettacolini di Cesare Cadeo o minchiate simili.
Ciò che per intero, a mio avviso, tradisce un taglio mooriano, con tutti i suoi annessi.

Ma il film di Gandini, rispetto a quelli di Moore (o almeno gli ultimi), mostra una maggiore povertà di mezzi: ciò che non costituirebbe un difetto in sé, se tuttavia non trasudasse un certo dilettantismo. Inoltre, pecca nel ritmo, si dilunga inutilmente in inquadrature o scene che avrebbero raccontato benissimo quello che dovevano anche in un terzo del tempo o meno.
Non ho poi capito l’insistenza dei primi piani su Lele Mora a figura intera.
E le due tesi, filosofico-estetico-sociali, che il regista enuncia tramite voce off, l’una su Berlusconi e l’altra su Fabrizio Corona, mi sembrano poco o per nulla dimostrate nello svolgimento (OK, quella su Corona – che resta il peggiore – un minimo di più, forse).
Magari sono state formulate male; probabilmente il film avrebbe dovuto lasciare con più forza raccontare le immagini, avrebbe dovuto sfruttare più sapientemente il montaggio.

Insomma, avevo allenato un po’ lo stomaco prima di andare, ero quasi preparato al peggio, e invece l’urto non è stato così forte.
Mi viene quasi il dubbio di avere introiettato categorie estetiche di ricezione che mi sono state trasmesse da un mezzo di cui tuttavia ho accantonato l’utilizzo da oramai una decina di anni.
Tale mio sospetto sembra avvalorato dalle riflessioni assai condivisibili che il film ha suscitato in Andrea Inglese.

Eppure, il trailer mi aveva causato conati, e considero la canzone Silvio c’è come la parte più stomachevolmente nauseante del documentario.
Inoltre, per fugare illazioni su una mia eventuale anestetizzazione, l’effetto che *non* mi ha suscitato Videocracy è stato ottenuto in pieno da Il corpo delle donne, il minidocumentario di Lorella Zanardo.

In sostanza, le anzianette vicino a me erano lì a esclamare “che tristezza”, con le “s” e le “z” sibilanti bolognesi, ma per me è stata una occasione mezza persa.

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