Monte Hellman, Le colline blu (1966)

novembre 24, 2009 at 12:09 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , )

Ogni personaggio tende a perdere il suo ruolo canonico e la sua identità, in questo originale esempio di anti-western.
I banditi sono più gentili dei fattori, lo sceriffo e i vigilantes appaiono spietati, i venturi mandriani, dal passato peraltro non chiarissimo, cedono agli eventi e diventano a loro volta un po’ banditi e un po’ assassini.
Tutti, comunque, risultano immersi in un paesaggio allo stesso tempo mitico e desolato, che è anche una condizione esistenziale dell’anima, che vive la sua unicità nel tempo presente ma senza mai essere padrona di sé, in balia di un Fato disinteressato.

Questo scivolare verso l’indefinito e lo svuotamento avviene attraverso passaggi lenti, entro i quali lo sguardo è rivolto ai gesti quotidiani, che siano sbadigli o situazioni domestiche. Un’attenzione minutamente realistica che fa risaltare per contrasto l’assurdità di fondo degli eventi, che accadono perché non possono non accadere e rendono per lo più inutili le parole che li motivino o li raccontino.
Hellman non ribalta codici e convenzioni di genere, semplicemente li slega dalla canonicità e se ne serve a piacimento per un discorso personale. Il quale, tuttavia, comporta esattamente la loro consumazione e arriva quasi a coincidere con essa.

Resta un barlume di speranza, forse, se si oltrepassano le colline blu, se si evade dal turbine che scombina e confonde i percorsi.
Magari perché, facendo riferimento a un codice etico, i discorsi del mandriano e quelli della figlia del fattore sono simili solo in apparenza. Entrambi denotano indifferenza verso l’altro: a entrambi la situazione dell’altro non riguarda. Ma mentre da una parte si parla della salvezza della vita, dall’altra c’è solo una conservazione dello status sociale.

[Qua, alcuni dettagli in più]

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Monte Hellman, Flight to Fury (1964)

novembre 19, 2009 at 2:45 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , , , , )

A partire da un misterioso scambio di oggetti tra due uomini nei titoli di testa, proseguendo con singolari incontri e dialoghi in un casinò, fino a un omicidio (e questa è solo l’apertura), la strutturazione della trama denota quella stranezza che si scoprirà cara a Monte Hellman.

La storia prosegue con un viaggio in aereo dai tempi narrativi dilatati (in cui probabilmente le necessità produttive di minutaggio totale si conciliano benissimo con la precisa scelta stilistica dell’atmosfera di assurdità beckettiana). Qua si intrecciano peculiari rapporti interpersonali, a volte arricchiti di dialoghi venati di assurdo, come la domanda: “Che cosa pensi della morte?”, piazzata là dal niente.
Poi l’aereo precipita nella foresta, la trama assume i connotati dell’avventura con annessi chiarimenti (benché permanga una certa non canonicità di costruzione), trova risalto la tematica principale dell’avidità estrema, della falsità, dell’ipocrisia.

Similmente a quanto aveva realizzato in Beast from Haunted Cave con l’inserimento di suoi tratti caratteristici in un B-movie horror, qua Hellman si avvale del genere avventuroso à la Huston per aggiungerne altri, sfumare, rimodulare.
Ne risulta un’opera più personale, in cui, sebbene ancora discontinua e timida, la sua impronta si avverte con maggiore decisione.
Soprattutto, l’inseguimento finale, con tanto di Jack Nicholson nel suo primo personaggio beffardo, prelude alle opere migliori; vi sono già la freddezza e la desolazione che segnano il paesaggio, che qua risaltano in maniera particolare per il contrasto con la frescura del setting tropicale.
Tuttavia, manca una coerenza di fondo, concettuale e di modalità narrativa, che sappia amalgamare così questo come gli altri elementi hellmaniani, che sembrano restare un po’ raffazzonati.

[Qua, la consueta versione originale del pezzo]

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Monte Hellman, Beast from Haunted Cave (1959)

novembre 17, 2009 at 5:17 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , , , , )

Alcuni rapinatori svaligiano la banca nei pressi di una stazione sciistica, con il diversivo di una esplosione programmata in una miniera poco distante. La miniera è tuttavia abitata da un mostro, che avrà variamente a che fare con i rapinatori. Questi, nel frattempo, dopo il colpo vanno a rifugiarsi nella baita del maestro di sci, dove rimangono bloccati dal maltempo, mentre alcuni rapporti già tesi cominciano a spezzarsi.

Il primo film di Monte Hellman è prodotto da Roger Corman, ed è strettamente legato ai suoi modi e al suo stile.
Caratteristiche cormaniane tipiche di quel periodo sono infatti sia il soggetto, una variante di L’isola di Corallo di Huston, sia l’aggiunta di un mostro di cartapesta (però figo, quando succhia il sangue dal collo; una specie di incrocio tra un ragno, un uomo e un vampiro).

Hellman riesce tuttavia a inserire alcuni degli elementi che diventeranno a lui peculiari, e che qua si trovano ancora in nuce.
Per esempio, la gratuità sfumata di assurdo di alcune battute di dialogo, slegate dal contesto; la rilevazione di tentativi di modellare la vita in maniera diversa da quella assunta come consueta, rappresentati per un verso dalle decisioni del maestro di sci (e anche dalla presenza di una sua amica/domestica nativa americana, con il portato della sua cultura), per altro verso dalle scelte operate dai rapinatori; la constatazione che, tuttavia, sia gli uni che gli altri si trovino in balia di un Fato che nega loro identità e autonomia, e che essi tentano, benché del tutto inconsapevolmente, di contrastare, attaccandosi a una vuota ripetizione di gesti (colpire con l’accetta sempre uno stesso moncone di tronco d’albero. Scena che si ripeterà in Le colline blu), o a una realizzazione vitale illusoria tramite il denaro.

La sostanza hellmaniana, ancora agli esordi nel cinema, non riesce ad assumere una propria autonomia rispetto a quella del B-movie con gangster + mostro, realizzato anche in maniera piuttosto approssimativa. Similmente, questo film sembra fornire maggiori spiragli positivi alla vita umana, benché sia difficile stabilire se questi dipendano da una parabola autoriale o piuttosto dal genere e dalla produzione di riferimento.
Guizzano tuttavia alcune marche personali, che in parte riscattano un’opera altrimenti banale.

[Qua, parzialmente differente e più approfondita]

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Enzo G. Castellari, Il grande racket (1976)

novembre 17, 2009 at 4:59 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , )

La prima mezz’ora coinvolge senza tregua, con il gruppo di pessimi e odiosissimi estorsori del racket che fa il giro degli esercizi commerciali per pretendere pizzi e nel caso menare o sfasciare tutto.
Poi la sceneggiatura subisce un paio di lievi zoppicamenti e forzature, che tuttavia in questo caso si diluiscono e vengono assorbiti dall’insieme del resto.

Perché Castellari riesce a confezionare un film-gioco (una tra le scene di sparatoria ricalca alla perfezione, anche nelle movenze e disposizione delle figure, quella che sarà una tipica schermata degli shoot ‘em up con pistola contro lo schermo), ben calibrato nelle varie parti e nei diversi toni. Si passa da scene molto forti di stupri a situazioni di divertimento puro nella loro schietta inverosimiglianza, come quella ottima del campione di tiro al piattello che si autocoinvolge nella sparatoria alla stazione.
Inoltre, vengono tralasciate le velleità sociologiche (benché il terrore e la ritrosia alla collaborazione da parte delle vittime siano dipinte in maniera convincente), se non quelle strettamente necessarie al dispiegamento della trama, come il comportamento ambiguo dei rappresentanti processuali, tra cui un avvocato che a me dal primo momento ha fatto pensare a Ghedini, e dei superiori del maresciallo Testi.

Prendersi troppo sul serio, per questo genere, spesso evidenza i limiti di film che, per premere sulla spettacolarità, semplificano e generalizzano i contesti.
La declinazione vincente di Castellari è puntare scopertamente sul divertimento, e come di consueto sull’azione e sulle sparatorie, qua accompagnati da un ottimo ritmo globale.
Buona anche la gestione del cast, con il gruppo di vendicatori che può rivaleggiare con i bastardi del maledetto treno blindato.

[La recensione in una veste diversa]

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