Yoshihiro Nishimura, Tokyo Gore Police (2008)

febbraio 19, 2009 at 3:32 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Belli i tempi di Braindead, quando certo splatter, cui evidentemente questo film è avvicinabile, nelle sue esagerazioni era consapevolmente cazzone senza essere deficiente.

Ah ma guarda, sei partito proprio con il piede sbagliato. Qua ora siamo in Giappone, la patria di Tsukamoto e di Miike. E dei Guinea Pig.

Anche questo è vero. Tuttavia non ci siamo ancora; Miike, per quanto eccessivo, sgradevole, di regia e montaggio a volte compulsivi, discontinui, porta comunque avanti, in ciascuno dei suoi film (o per lo meno quelli che ho visto io), un progetto definiamolo coerente, con un assunto di fondo definito, pure nella sua eventuale allucinazione.
Tsukamoto lo stesso, e in più l’ho sempre considerato uno dei più acuti interpreti della condizione p*****derna; pure nel delirio citazionista, conserva una marca individuale fortissima, nella cifra stilistica come nei principi informatori.

E, concludo io, se ho capito dove vuoi andare a parare, i Guinea Pig mancano totalmente di una forma qualsiasi di ironia, sono estremi in un senso altro, che qua c’entra poco.

Esatto, perché abbiamo preso come riferimento gli splatter con componente cazzona.
In Tokyo Gore Police l’idea di fondo sarebbe anche buona: le ferite che diventano armi. Ma nello sviluppo si va abbondantemente oltre: restando nel campo dell’artificioso, si sfonda la soglia della gratuità inutile, si arriva al fastidio. La giapponesità, in questo, si trova più che altro nell’accumulo incontrollato, come in quell’altro film che si era visto un paio di giorni prima [siamo nel tempo del narrato, non della narrazione, N.d.R.].
E inoltre, magari non sarà una categoria estetica, ma non ho distolto lo sguardo nemmeno una volta.

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Masahiro Andô, Sword of the Stranger (2007)

febbraio 14, 2009 at 12:18 pm (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

La storia è piuttosto classica, senza trovate particolari, ma anche senza sbavature wannabe; i personaggi sono per lo più caratteri, anche se gestiti bene, nella trama e nei rapporti reciproci.
Ciò che rende questo film davvero godibile e meritevole è la realizzazione grafica, specie nella resa dei combattimenti.

Senza insomma troppe aspettative sul resto, il taglio specie di certe inquadrature (soggettive ballonzolanti, in imitazione quasi perfetta di quelle con operatori sul campo in carne e ossa e macchina da presa – e non a tavolino con disegni e computer) e soprattutto la maniera in cui sono realizzate, ossia la loro animazione, riescono davvero soddisfacenti e appaganti.

Per i combattimenti, vere punte di diamante, a volte i frame con i movimenti sono talmente numerosi che l’azione risulta confusa: ma non è una confusione negativa, come quella che nei film live è strettamente legata a una insipienza registica e la cui resa lascia un senso scazzante di vuoto e di mancanza; al contrario, si avverte una sensazione di pienezza accurata: quasi che nella nostra mente, tramite l’occhio, si riesca a creare la consapevolezza che i movimenti ci sono, anche se non si arriva a percepirli nitidamente.

Colpisce molto, inoltre, certa cruenza quasi splatter (nell’accezione tutto sommato leggera, quella di sanguinamenti e spappolamenti stilizzati), che a mio avviso si coniuga molto bene sia con il tipo di animazione e la sua realizzazione, sia con il tono dell’intero film.

Peccato che altri elementi a volte appaiano come sacrificati, e non solo volutamente, ossia con precisa scelta, non curati (come per molti versi sembra).
Il tema della droga che utilizzano i guerrieri cinesi è appena accennato, ma sarebbe potuto essere davvero interessante da sviluppare, o anche solo concedergli una attenzione maggiore. E lo stesso vale per il tratteggio della perfidia e dell’egoismo dei giapponesi, strettamente legati, probabilmente, all’epoca Sengoku in cui il film è ambientato.

Resta in sostanza la sensazione di incompiutezza: con un po’ di lavoro in più, Andô avrebbe forse potuto costruire, se non un capolavoro (che dirlo fa ingenuo sopra le righe), di certo un gran filmone.

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David Fincher, Il curioso caso di Benjamin Button (2008)

febbraio 7, 2009 at 10:09 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Non sono sicuro che quanto seguirà non sia il frutto di mie elucubrazioni mentali.
Forse sono principalmente sensazioni.
Forse non ho molte prove strettamente testuali per dimostrare quanto affermerò.

Tuttavia.
Va bene, la sceneggiatura incede sicura, compatta, vecchio-romanzescamente declinata. La regia è precisa, puntuale, senza sbavature. Sarebbe già abbastanza; anche molto.
Eppure.

C’è l’inserimento di un elemento scardinante, di un particolare che si incastona e devia il meccanismo verso direzioni allo stesso tempo incredibili e consuete.
Un dettaglio che è anche un alone, un germe benigno che si espande nell’intero organismo narrativo, regalandogli come un colore trasparente che ha la forza di farne risaltare le figure.

Benjamin Button attraversa tutte le situazioni, tutti gli eventi, che contraddistinguono la vita di un uomo.
Ma il viverli mentre per lui il tempo scorre a rovescio, il basare le proprie esperienze su coordinate così inverosimili, crea un onnipresente, quietissimamente invasivo effetto straniante: come ogni straniamento narrativo, esso indaga e descrive il consueto, l’abituale, presentandolo dietro un punto di vista singolare, a volte ai limiti del pensabile (come il famoso cavallo in Tolstoj); con la differenza che in questo caso è l’intero testo, in sé, a permearsi di una base fondamentalmente straniata: l’elemento scatenante è insomma, nella sua importanza narrativa, alla base stessa del racconto.
Ciò ha l’effetto di esaltare una “normalità” il cui concetto e le cui caratteristiche fanno parte del bagaglio culturale e vitale di ogni uomo, perché si tratta della normalità del vivere. Senza bisogno di esplicitarla in maniera dichiarata, si pone quale rimando extratestuale obbligato, come solo il vivere può esserlo. In questo modo ne viene rivelata l’incredibile bellezza e singolarità, una bellezza cui usualmente non si pensa, della quale non si ha piena coscienza, tanto viene vissuta “dal dentro”, come cosa comune.

Un autentico colpo di genio, in sostanza. Letterario e cerebrale quanto si vuole (ma neanche troppo, senza che io voglia apparire spocchioso). E forse retorico-romanzesco, poco cinematografico.
Ma io ero esaltato, alla visione, una volta che questo gioco mi è parso chiaro. E quando alla fine è scattato un applauso tiepidino e poco convinto (si era all’anteprima proposta dal Future Film Festival), mi sarei voluto alzare ed entusiasmare: ma come, non capite, è straordinario, è un capolavoro, è magnifico.

Fa niente tutto il resto, compresi gli argomenti ad personam (o ad figuram).
Ma se volete smontarmi, vi attendo con ansia e vi accoglierò con piacere.

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Nina Paley, Sita Sings the Blues (2008)

febbraio 3, 2009 at 11:08 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Tre racconti si intrecciano, o meglio si alternano nella narrazione.
Perché in fondo si tratta sempre della stessa storia, il Ramayana, usato quasi come archetipo degli amori finiti e dei rapporti spezzati, e raccontato in tre maniere differenti e a loro volta con strumenti singolari; maniere che appaiono tanto o poco distanti l’una dall’altra, sul piano stilistico dei disegni o addirittura su quello dei meccanismi legati a differenti tradizioni culturali.

Così, abbiamo l’ambientazione statunitense (Occidentale), in cui maggiormente viene avvertita la distanza ma allo stesso tempo l’adattabilità (senza pieghe).
Abbiamo la modalità quasi metanarrativa, e che funge da raccordo, dei ragazzi (studenti) che si raccontano/interpretano con leggerezza e divertimento il testo sacro.
Abbiamo stralci del Ramayana vero e proprio, con episodi che tuttavia vengono cantati in dolci, sorridenti ma commoventi jazz con testi blue, accompagnati/contrappuntati dalla comicità “concettuale” di questo tipo di interpretazione nonché delle situazioni rappresentate.

A rimanere sempre identici, dappertutto, sono la tecnica di animazione in Flash e il punto di vista: quello femminile.
E se nella storia americana la Lei è la geniale regista/inventrice, la vocalist è la jazzista Annette Hanshaw, probabilmente perché “she combined the voice of an ingenue with the spirit of a flapper”.

Un gioiello, un autentico sorprendente gioiello.

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Liliana Romero & Norman Ruiz, Martín Fierro (2007)

febbraio 2, 2009 at 3:41 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Il film è tratto da un poema epico del 1872 di José Hernández, El gaucho Martín Fierro, che parla di un gaucho costretto a entrare nell’esercito argentino per combattere contro gli indios che si opponevano all’avanzata verso sud dei proprietari terrieri.
Martín Fierro, dotato di un profondo senso della giustizia, si ribella.

La storia viene onestamente rispettata: il film si offre come un compendio, con il pregio tipico ed encomiabile delle opere riuscite di questo tipo di destare l’attenzione e la curiosità per eventuali approfondimenti. Ciò che tuttavia costituisce anche un limite, che si traduce nella mancanza di guizzi o di impronte più marcatamente autoriali.

Il disegno, in un certo senso, perviene a un effetto identico: da una parte è singolare, volutamente brutto e sgraziato (per cui potenzialmente straniante), e ricorda il tratto satirico del nostro Altan; ma d’altra parte è temperato da quelle curve e rotondità che appaiono in ogni caso rassicuranti.

Ho trovato parentesi interessanti e gradevoli negli inserti musicali, con le sfide a colpi di poesia e chitarra a testimonianza di usanze e tradizioni che sono state fino a pochissimo tempo fa anche nostre (e che a stento sopravvivono in qualche nicchia).

[Aggiornamento. Avevo già scritto il post, e mi trovavo fuori casa, quando ho saputo che il film ha vinto il Festival.
Non è sicuramente il migliore che ho visto.
Non conosco ancora il motivo della predilezione, ma mi sono ritrovato a fantasticare una curiosa analogia, nei parametri di assegnazione, con le scelte "politically-oriented" di quest'anno dell'Academy. Infatti, tra tutti i film in concorso (solo di due dei quali mi manca la visione, ma ne ho letto le sinossi), Martín Fierro è l'unico che tratta smaccatamente di storia e di politica.]

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John Bergin, From Inside (2008)

gennaio 31, 2009 at 10:36 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Un lunghissimo treno solca immense distese desolate, dove il terreno piatto e arido viene a sua volta attraversato da fiumi di sangue. E poi un villaggio sperduto che pullula di (corpi di) morti, il passaggio sopra a un ponte con sotto si indovini cosa; altri luoghi comuni della letteratura del viaggio.

Un lungo monologo interiore di una ragazza incinta, con pensieri e immagini univoci, unisensi, e calati in una immobilità quasi totale (più che un film d’animazione, una giustapposizione di disegni).
Metafore risapute ripetono se stesse, tronfie e ignare della propria banalità, tanto più fastidiose quanto più assolutamente seriose e inconsapevoli di essere raccontate male.

L’intero film soffre di questo autocompiacimento ignorante, di questo accumulo ridondante e pesantissimo.
Sebbene i disegni siano curati e affascinanti, benché il tratto comunichi già di per sé parecchia drammaticità.
Ci si ritrova portati allo sbuffo schifato e al conato di ribrezzo.
Alla fine ho tripudiato, e non per la parola “fine”.

[Meno male che il film dura solo un'ora e dieci minuti.
In ogni caso, nonostante quanto ho appena scritto, preferisco opere così, che per lo meno provano a dire qualcosa, piuttosto che l'inutilità e il piattume per lo più riscontrati finora.
Siamo messi bene.]

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Dante Lam, Storm Rider – Clash of Evils (2008)

gennaio 30, 2009 at 4:01 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Storia di veri uomini guerrieri che menano con arti marziali (supposte) spettacolari. Dopo i primi 15 minuti, niente di più. Ah sì, piattezza e “ma cosa dovrebbe spingermi a continuare a vedere questo film, che non ha veramente nulla di notevole e quello che ha, ossia veri uomini guerrieri che menano con arti marziali (supposte) spettacolari, è declinato in una maniera così avvincente da produrre in me lo stesso effetto che produrrebbe una copertina di lana sulle ginocchia e sulla pancia sopra un divano dopo cena?”.

Non lo saprò mai.

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Bill Plympton, Idiots and Angels (2008)

gennaio 28, 2009 at 5:26 pm (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Ci si sono messi proprio d’impegno, gli angeli, a tentare di soccorrere e redimere questa umanità laida, avida, i cui comportamenti, pensieri e sogni, se non si trovano stagnati in una piatta routine vissuta miserrimamente, virano immancabilmente al più squallido esercizio, mentale o fisico, di qualsivoglia potere.

Questa storia di un metaforico e insieme reale paio di ali, dotate di un potere autonomo e di una inarrendevole quanto commovente forza di volontà, è raccontata senza parole, lasciando piuttosto che lo schermo si riempia della matericità del tratto.
Un disegno infatti materiale, in cui le gocce d’acqua paiono di mercurio, il fumo che esce da sigarette e tubi di scappamento forma autentiche colonne grigie di marmo; e una fantasia compositiva che fa procedere le sequenze per analogismi: primo piano di rubinetto, primo piano di acqua che scende, l’acqua si trasforma inavvertibilmente in latte, primo piano del latte che arriva sui cereali in una ciotola. E magari prima il protagonista si lavava sulla sinistra dello schermo (mentre sulla destra c’era il rubinetto) e dopo il passaggio analogico si ritrova con il cucchiaio in mano sulla destra dello schermo (con la ciotola a sinistra).

I lunghi nasi “francesi” e un che tra il surrealistico e il grottesco (a volte mi è venuto in mente certo Mattotti) fanno quasi sorprendere che dietro vi sia una mano americana.

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Angel on the Run (Yoshinobu Yamakawa, 2008)

gennaio 28, 2009 at 5:05 am (Cinema, Future Film Festival 2009, recensioni)

Se non fosse che personalmente tenda a usare poco quella parola che inizia per “p” e finisce con “moderno” in riferimento alla produzione giapponese, e se non fosse in sostanza che tale parola sia oramai non solo inflazionata e odiosa, ma pure demodé (come spero accada prima o poi anche a “indie”, ma ora la vedo dura), sarebbe di sicuro quella, a venirmi in mente; per lo meno durante l’intera prima parte di questo film.

Abbondanza di citazioni nelle figure dei personaggi (da prestiti da altri film, come Sally di Nightmare before Christmas e Kiki di Kiki’s Delivery Service, a persone realmente esistite come Elvis Presley); conseguente azzeramento di Storia e storie in un piatto (finzionale) presente; mescolanza paurosa di generi (mahō shōjo, spokon, horror …), ognuno preso negli elementi e nelle caratteristiche più superficiali; tratti grotteschi e caricaturali, tanto nel disegno (gambe lunghissime e cosce tornite) quanto nei toni (urlatissimi e più che eccessivi, per ogni minima cazzata).

Poi nella seconda parte avviene una virata, e comincia una serie infinita di pipponi interminabili, quasi in botta e risposta tipo partita di tennis, sulla vita, sul vivere, sul senso …: è un’autentica concentrazione in 50 minuti di tipo l’intero senso di intere serie animate.

No, è troppo anche per un prodotto giapponese di questo tipo, almeno per i miei gusti.

[Con questo post ho inaugurato una rassegna dedicata al Future Film Festival 2009, del quale proverò a vedere il possibile e scrivere altrettanto.]

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