Monte Hellman, Beast from Haunted Cave (1959)

novembre 17, 2009 at 5:17 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , , , , )

Alcuni rapinatori svaligiano la banca nei pressi di una stazione sciistica, con il diversivo di una esplosione programmata in una miniera poco distante. La miniera è tuttavia abitata da un mostro, che avrà variamente a che fare con i rapinatori. Questi, nel frattempo, dopo il colpo vanno a rifugiarsi nella baita del maestro di sci, dove rimangono bloccati dal maltempo, mentre alcuni rapporti già tesi cominciano a spezzarsi.

Il primo film di Monte Hellman è prodotto da Roger Corman, ed è strettamente legato ai suoi modi e al suo stile.
Caratteristiche cormaniane tipiche di quel periodo sono infatti sia il soggetto, una variante di L’isola di Corallo di Huston, sia l’aggiunta di un mostro di cartapesta (però figo, quando succhia il sangue dal collo; una specie di incrocio tra un ragno, un uomo e un vampiro).

Hellman riesce tuttavia a inserire alcuni degli elementi che diventeranno a lui peculiari, e che qua si trovano ancora in nuce.
Per esempio, la gratuità sfumata di assurdo di alcune battute di dialogo, slegate dal contesto; la rilevazione di tentativi di modellare la vita in maniera diversa da quella assunta come consueta, rappresentati per un verso dalle decisioni del maestro di sci (e anche dalla presenza di una sua amica/domestica nativa americana, con il portato della sua cultura), per altro verso dalle scelte operate dai rapinatori; la constatazione che, tuttavia, sia gli uni che gli altri si trovino in balia di un Fato che nega loro identità e autonomia, e che essi tentano, benché del tutto inconsapevolmente, di contrastare, attaccandosi a una vuota ripetizione di gesti (colpire con l’accetta sempre uno stesso moncone di tronco d’albero. Scena che si ripeterà in Le colline blu), o a una realizzazione vitale illusoria tramite il denaro.

La sostanza hellmaniana, ancora agli esordi nel cinema, non riesce ad assumere una propria autonomia rispetto a quella del B-movie con gangster + mostro, realizzato anche in maniera piuttosto approssimativa. Similmente, questo film sembra fornire maggiori spiragli positivi alla vita umana, benché sia difficile stabilire se questi dipendano da una parabola autoriale o piuttosto dal genere e dalla produzione di riferimento.
Guizzano tuttavia alcune marche personali, che in parte riscattano un’opera altrimenti banale.

[Qua, parzialmente differente e più approfondita]

Permalink Lascia un commento

Enzo G. Castellari, Il grande racket (1976)

novembre 17, 2009 at 4:59 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , )

La prima mezz’ora coinvolge senza tregua, con il gruppo di pessimi e odiosissimi estorsori del racket che fa il giro degli esercizi commerciali per pretendere pizzi e nel caso menare o sfasciare tutto.
Poi la sceneggiatura subisce un paio di lievi zoppicamenti e forzature, che tuttavia in questo caso si diluiscono e vengono assorbiti dall’insieme del resto.

Perché Castellari riesce a confezionare un film-gioco (una tra le scene di sparatoria ricalca alla perfezione, anche nelle movenze e disposizione delle figure, quella che sarà una tipica schermata degli shoot ‘em up con pistola contro lo schermo), ben calibrato nelle varie parti e nei diversi toni. Si passa da scene molto forti di stupri a situazioni di divertimento puro nella loro schietta inverosimiglianza, come quella ottima del campione di tiro al piattello che si autocoinvolge nella sparatoria alla stazione.
Inoltre, vengono tralasciate le velleità sociologiche (benché il terrore e la ritrosia alla collaborazione da parte delle vittime siano dipinte in maniera convincente), se non quelle strettamente necessarie al dispiegamento della trama, come il comportamento ambiguo dei rappresentanti processuali, tra cui un avvocato che a me dal primo momento ha fatto pensare a Ghedini, e dei superiori del maresciallo Testi.

Prendersi troppo sul serio, per questo genere, spesso evidenza i limiti di film che, per premere sulla spettacolarità, semplificano e generalizzano i contesti.
La declinazione vincente di Castellari è puntare scopertamente sul divertimento, e come di consueto sull’azione e sulle sparatorie, qua accompagnati da un ottimo ritmo globale.
Buona anche la gestione del cast, con il gruppo di vendicatori che può rivaleggiare con i bastardi del maledetto treno blindato.

[La recensione in una veste diversa]

Permalink Lascia un commento

Terry Gilliam, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009)

ottobre 27, 2009 at 5:33 pm (Cinema, recensioni) (, , , , , , )

Da queste parti si vuole un gran bene a Terry Gilliam, di certo lo si ammira moltissimo, e si spera e ci si augura che ce la faccia.

Allora si segue con attenzione questo carrozzone di cantastorie e circensi, che rimanda a tradizioni neanche così lontane ma lo stesso antichissime, e che però manca totalmente di ritmo (e forse lo sa o di certo se ne frega) e gira a mille con il cambio in folle.

E si fa bene a restare, a godersi i particolari e i dettagli, anche di scenografie e costumi, che riempiono le scene, gioia e abbondanza senza dover pensare agli horror vacui, perché nella chiamiamola seconda parte l’immaginazione esplode, le situazioni pure, la storia e le storie assumono un senso e vi procedono.

Non possono fare altro, in fondo. Così, anche la riflessione sul loro stesso statuto può acquisire il suo senso compiuto.
E il diavolo non può ingannare, in quanto delle storie ha bisogno anche lui. Anzi, lui più di tutti, perché in un mondo privo di difetti e di peccati, e del desiderio di eliminarli, non ci sarebbe bisogno di narrazioni.

Permalink Lascia un commento

Woody Allen, Basta che funzioni (2009)

ottobre 26, 2009 at 12:28 pm (Cinema, recensioni) (, , , , , , , , )

Alla fine anche stavolta ho ceduto, e mi sono lasciato convincere, peraltro da me, ad andare a vedere il nuovo film di Woody Allen.
Va be’, hanno avuto grosso peso gli apprezzamenti, e New York, e vecchio stile (e scritto 30 anni fa!!, quando si era in ottima forma), e cose così.
Perché io sono uno di quelli che Vicky Cristina argh, e visto che fai un film all’anno mica li puoi imbroccare tutti, ci sono stati registi con una continuità superiore alla tua, ciò non toglie niente alle tue opere migliori e ottime, e anche se sei abilissimo nella costruzione delle scene e nelle inquadrature cosa c’entra, certo meglio così, bravo, ma non basta. (Non basta soprattutto in film come i tuoi, di importante scrittura.)

E qui l’hai imbroccata di nuovo, prima mezz’ora abbondante si ride di gusto, e cos’altro aggiungere se non quanto detto e ripetuto da più parti: eteronimia, rovesciamenti, quarte pareti, New York, vecchio stile.
Mosaico, tasselli, quadro d’insieme di tutti i film.
Ma leggerezza, tanto avvertibile nella recitazione quanto in apparenza assente dai discorsi del protagonista, assente nella teorica carta: per cui, corrispondenza strutturale e concettuale, così come avviene con i rovesciamenti, tra racconto e narrazione, con al centro quel qualcosa che continuamente sfugge, non si può afferrare, chiamiamolo stregoneria o amore, ineffabile e indefinibile.

Permalink Lascia un commento

Enzo G. Castellari, La via della droga (1977)

ottobre 26, 2009 at 12:04 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , )

La via della droga si dispiega tra Cartagena, Hong Kong, Amsterdam, Roma e New York, in flash successivi nei titoli di apertura. Con Fabio Testi che spunta ovunque e fa la sua parte, tra l’atletico e il cow-boy.
Si capisce, all’aeroporto di Roma, che ha qualche tipo di rapporto con il commissario Hemmings, all’insaputa del resto della polizia, e che si trova coinvolto in maxi-operazioni che riguardano traffici di stupefacenti.
Ma poi la prima parte del film vira, e descrive gli ambienti che ruotano attorno a Gillo e a Vera, una coppia di tossicodipendenti.
Quindi Testi torna prepotentemente protagonista assoluto e sgomina tutti, mancando tuttavia della caratura e della credibilità necessarie.

Forse è più facile, per i film cosiddetti di serie B, passare il confine tra il divertimento e la boiata, tra l’artigianalità e la cialtroneria, tra la disattenzione programmatica e l’umorismo involontario.
O forse, per questo La via della droga si è verificato un concorso sfortunato di cause, dalla fastidiosa superficialità sociologica alla sceneggiatura lacunosa e con forzature, dalla cattiva gestione dei personaggi (e direzione degli attori) agli improbabili raccordi tra sequenze narrative, e perfino (per Castellari!) indecisioni nel montaggio e staticità delle scene.

Castellari riesce a mettere delle pezze, con i consueti disposizione e utilizzo degli spazi e con qualche sparatoria stile western, ma stavolta risultano poca cosa e comunque insufficienti nell’economia globale del film.

[Recensione comparsa anche qua, con qualche dettaglio in più.]

Permalink Lascia un commento

Enzo G. Castellari, Il cittadino si ribella (1974)

ottobre 20, 2009 at 11:58 am (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , )

“Italiani ribellatevi”, recita un cartello di epoca partigiana nella casa svaligiata all’inizio del film.
Trenta anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, l’Italia sarebbe sottoposta a una morsa simile a quella fascista da parte della criminalità, nell’azzardato parallelo posto dal film.

Ecco allora, nei titoli di apertura, una serie di operazioni criminose, comuni in quel periodo degli anni Settanta del Novecento, che sfocia nella rapina alle poste in cui sarà coinvolto, e successivamente mazziato, l’ingegnere Carlo Antonelli.
Che però è orgoglioso e reattivo, e si sostituirà a una polizia un po’ imbelle nella ricerca e punizione dei colpevoli.

L’attrattiva principale del film resta ovviamente l’azione, che Castellari rende con grande perizia nell’uso di inquadrature e nel montaggio. Tuttavia, si trovano un po’ di attenzione e di acume in più rispetto ad altri poliziotteschi, per prima cosa nella mancanza, nonostante le apparenze, di un forte manicheismo, seppure si risenta di quella certa superficialità e di quel certo qualunquismo tipici del genere.
È vero, infatti, che c’è il topos del piccolo criminale “buono” che ruba per mangiare perché la vita ve lo ha costretto, ma è anche vero che sia il protagonista sia la polizia qua hanno ruoli e personalità più sfumati. Il primo cerca la giustizia e muove sospetti motivati verso l’operato della seconda, benché sia indubbio che si tratti di una testa calda un po’ incosciente e che sia spinto anche da un orgoglio e da una autodeterminazione piuttosto piccolo-borghesi. La polizia, dal proprio canto, appare sì impotente e forse collusa, anche per l’adombramento di motivazioni di carattere superiore, ma nei panni del commissario si mostra riflessiva, cosciente e di buon senso nell’instillare il dubbio sulla convenienza, morale e materiale, del farsi giustizia da soli.

[Altra versione di questo articolo]

Permalink Lascia un commento

Enzo G. Castellari, The Inglorious Bastards (1977)

ottobre 18, 2009 at 10:36 am (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , , )

Il senso del film di Castellari, in fondo, è manifestato dalle immagini che scorrono sotto gli opening credits, che saranno poi anche quelle per i titoli di coda: uomini/figurine che saltano e fanno acrobazie.
E il contesto per tale senso, per così dire, è espresso molto meglio da questa versione originale americana, piuttosto che dall’italiano Quel maledetto treno blindato. I dialoghi originali, infatti, ripetono e calcano più spesso sul termine “bastard”, oltre a connotare più riccamente il suo significato (in italiano, la voce fuori campo di un personaggio dice che il tenente protagonista è stato arrestato per avere rifiutato di bombardare civili, tra cui donne e bambini, mentre nell’originale aveva semplicemente “preso in prestito” l’aereo assegnato a lui per andare a trovare la sua ragazza a Londra…).

La trama è solo una scusa.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Francia meridionale, un gruppo di militari americani disertori, ladri e assassini viene condannato alla fucilazione, ma durante il trasporto verso il luogo dell’esecuzione alcuni di loro, complice un attacco tedesco, riescono a liberarsi e decidono di raggiungere insieme la neutrale Svizzera.
Parte così una serie di avventure/episodi, raccordati in maniera anche approssimativa (su tutti, quello con l’incontro con le tedesche è lasciato cadere così), tra cui l’assalto al “treno blindato” della miope distribuzione italiana è solo il più lungo e conclusivo (anche all’interno di questa sequenza narrativa, peraltro, viene mantenuta la struttura episodica).

Perché, come si accennava, a importare è *l’azione*, sono le sparatorie, le esplosioni, con contorno di uomini che saltano per aria, che crivellati di colpi riescono a girarsi, puntare l’arma e reagire sparando a loro volta.
Il tutto a ritmo serrato, con una ricercata e accorta disposizione degli spazi nelle inquadrature (prese anche con quattro o cinque macchine in diverse angolazioni), e con un montaggio incisivo, che comprende l’abile utilizzo dell’alternanza di tempi canonici e ralenti.

Ne facessero ancora, di film così, in Italia.
Castellari riesce a trasmettere tutta la sua vitalità e il suo entusiasmo, e non pare dunque un caso l’apprezzamento di Tarantino.
Il nostro Paese, invece, non ha saputo valorizzare le potenzialità e l’inventiva di questo come di altri filoni di “serie B”, che ora trovano preclusi gli spazi della produzione (e della distribuzione) e sono confinati nei ritmi per lo più televisivi delle mini-serie.

[Questo articolo è comparso anche qua.]

Permalink 1 commento

Neill Blomkamp, District 9 (2009)

ottobre 2, 2009 at 2:08 pm (Cinema, recensioni) (, , )

“La nave (aliena) non si fermò su Manhattan o su Washington o su Chicago, ma procedette fino a fermarsi esattamente sulla città di Johannesburg”.
Questo avviene, probabilmente, perché così gli eventi successivi potranno rimandare alla vera storia del District 6, in modo da rendere più chiara e più forte la linea metaforica che coinvolge Apartheid, uso distorto e per fini propagandistici dei media, ottusità dei militari, aberrazioni delle multinazionali che si coprono dietro sedicenti intenti civili, e in sostanza cattiverie ed egoismi umani al completo, con contorno di falsità e di nepotismi.
[Continua]

Permalink Lascia un commento

Susanna Nicchiarelli, Cosmonauta (2009)

settembre 24, 2009 at 9:22 am (Cinema, recensioni) (, , , )

Il timore più grande nei riguardi di questo film era che riducesse il comunismo italiano del secondo dopoguerra alla cifra della semplificazione più o meno barzellettistica.
Timore fugato del tutto, per fortuna.

Perché Cosmonauta è per prima cosa una commedia tenera, con un tocco à la francese nella delicatezza dei toni e nel tratteggio dei personaggi, a cui si aggiungono una mimica e una romanità prettamente (e ovviamente) italiane ma pur sempre lievi, sotto le righe ma riconoscibili in quanto tali.
Lo sfondo dell’ambiente politico è comunque presente e a volte non è neanche tanto sfondo: non resta inerte, bensì impronta diversi passaggi della trama, che ne risulta immersa, quindi, in una maniera non passiva.

Sebbene forse, più che altro, a venire fuori sottotraccia sia la questione femminile.
Si rimane infatti colpiti dalla differenza dei caratteri della ragazza protagonista e di sua madre; e anche se da una parte le situazioni vissute dalla ragazza vengono contestualizzate anche verbalmente e più di una volta nel periodo politico, mentre per quanto riguarda il piano storico-sociale la questione femminile sarebbe esplosa in tutta la sua portata, in Italia, qualche anno più tardi rispetto all’ambientazione del film, non credo si rischi la sovrainterpretazione se si pensa che di tale questione potrebbe venire inscenato un prodromo, una avvisaglia.

Un film tenero, in sostanza e come già detto, ma allo stesso tempo ricco e stratificato.
Nicchiarelli appare una regista da seguire con attenzione, considerando anche la vis sperimentativa che mostra, a livello linguistico personale, nel cortometraggio che anticipa il film.

Permalink Lascia un commento

Werner Herzog, Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (2009)

settembre 18, 2009 at 1:03 pm (Cinema, recensioni) (, , , , )

Herzog ha dichiarato di non avere mai visto il film di Abel Ferrara.
Io lo vidi tipo una decina di anni fa, e a parte Keitel disturbato e Ferrara disturbatissimo, non ricordo niente.
Frega a qualcuno? No.

Acqua. Prima sporca, libera a ricoprire devastazioni, poi tranquilla e rinchiusa. Ma pur sempre acqua.
Luci e ombre, da un ufficio sempre con quelle serrandine tirate, i volti e gli ambienti graticolati; spesso la faccia di Cage divisa letteralmente in due, e pienamente illuminata quasi solo nei momenti di massima difficoltà.

Sebbene per i primi 30/40 minuti sia stato là titubante: che razza di storia inutile e senza senso è mai questa, il cui script appare già visto e rivisto e la cui sceneggiatura se ne sbatte dei raccordi e li tira via così, tanto perché in qualche modo devono starci? (Se fossero mancati del tutto, sarebbe stato un altro film, probabilmente di un altro regista; ma questo non ci interessa.)
Poi sono comparse le iguane, e allora ho capito.

Film pienamente herzoghiano, dunque, così come il personaggio protagonista gobbo sciancato e altro (benché Cage non sia Kinski ma sia Cage, e a volte sembri ricordarcelo); anche in quanto tale da vedere e decisamente con gusto; seppure forse un po’ irrisolto, probabilmente poco coeso nel trasfondere (comunicare) quel livello più profondo di realtà e quello sguardo su di esso che informano la filmografia di questo grande.

Permalink 1 commento

« Previous page · Next page »