Monte Hellman, Silent Night, Deadly Night III: Better Watch Out! (1989)

gennaio 4, 2010 at 1:57 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , , , , , , , , , , , )

Fino dalla comparsa del titolo, con quel “Better Watch Out” che si evidenzia prima di “Silent Night, Deadly Night”, Hellman sembra volere affermare la sua paternità, distinguendo questo terzo capitolo da una saga horror con il capostipite discretamente pessimo e inutile e il sequel totalmente vergognoso.
Del primo viene ovviamente mantenuta l’idea di base, ed è richiamato qualche personaggio; del secondo, Hellman pare riutilizzare la trovata dei poteri/collegamenti mentali. Ma, a parte queste caratteristiche, il film segue logiche tutte sue, secondo marche autoriali che questa volta tuttavia fanno fatica a emergere, e quando ci riescono non funzionano.

Si inizia con una atmosfera che incrocia un bianco bergmaniano con situazioni oniriche alla Nightmare, con la ragazza protagonista (cieca, ma con speciali doti psichiche, tra cui urla e recitazione avvilenti) che viene messa in comunicazione con la mente del maniaco, chirurgicamente ricostruita dopo essere stata “danneggiata” da un colpo di pistola grazie ai macchinari di uno scienziato sperimentatore un po’ psicologo e un po’ filosofo. Ma quando l’angoscia, espressa con la musica e con inquadrature in primo piano della ragazza, comincia a farsi sentire, viene fatta sfumare, vanificata. Si costruisce la scena secondo i meccanismi dello spaventerello, ma poi ecco un campo lungo al posto di un primo piano.
Allo stesso modo, i riflessi nelle reazioni degli attori risultano sballati; alcune scene orrorifiche potenzialmente succose avvengono fuori campo; i tempi dilatati (marca stilistica del regista) sembrano fini a se stessi e portano a lentezze esasperanti che annichiliscono il genere senza offrire una qualsiasi contropartita.
OK, si distrugge l’horror, ma in nome di che cosa? Dell’umorismo del maniaco che fa l’autostop in camice d’ospedale e con il cervello scoperto dentro una calotta di vetro? O di quando è a tavola con la nonna della protagonista, in una scena scopertamente frankensteiniana, con un cappello di lana sopra la calotta?
Insomma, che senso ha svuotare il genere, o questo genere? O l’operazione è davvero troppo intellettuale e sottile?

Pare ovvio che a interessare Hellman sia altro. Ma cosa? Alla sua tematica kafkiana della colpa, inserita peraltro superficialmente, viene dedicato uno spiegone verbale del tutto anti-cinematografico. Il resto, se c’è, non emerge, o è giocato male. (A parte una sorta di rivendicazione autoriale di una collaborazione alla regia non accreditata per La vergine di cera di Roger Corman, film di cui vengono mostrati vari spezzoni su televisori accesi: Hellman aveva infatti girato intere scene aggiunte in un secondo momento, ma era stato accreditato unicamente come “location director”.)

[Codesto pezzo da qua trae origine.]

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