Joe Dante, The Hole (2009)

giugno 12, 2010 at 11:38 am (Cinema, recensioni) (, , , , , , , , , )

Un nucleo familiare composto da una madre comprensiva, un adolescente scazzato e un bambino amorevole si trasferisce in una minuscola cittadina della provincia americana, e non sembra neanche la prima volta, per motivi che verranno fuori nello sviluppo abile della storia.

In uno dei giri di esplorazione della nuova casa, i due fratelli Dane e Lucas scoprono la classica botola con gli eloquenti lucchetti, che altrettanto canonicamente verranno fatti saltare, per rivelare un buco nero senza fondo. E nel frattempo a loro si è aggiunta una delle vicine più carine e più cool delle minuscole cittadine della provincia americana, che gioca con Lucas e fa che Dane si spettini per darsi un tono. (Ed è anche acculturata! Alla sera legge Dante! Ah ah! capito la doppia trovata?)

Dante torna a girare una storia con adolescenti e preadolescenti (anche diegeticamente, gli adulti “responsabili” vengono lasciati fuori dai ragazzi), per un pubblico principalmente della stessa fascia d’età, e lo fa con mano esperta e mestiere sicuro, specie nella direzione degli attori, rigiocando i canoni e i personaggi del genere horror.
Ma c’è poco di più in questo film, per il quale anche il 3D, che avrebbe in teoria lo scopo di immergere nella storia, appare invero piuttosto inutile (con una scena di effettaccio old-fashioned, con un ago che cade negli occhi dello spettatore).

[recensione originale qua]

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Monte Hellman, Silent Night, Deadly Night III: Better Watch Out! (1989)

gennaio 4, 2010 at 1:57 pm (Cinema, recensioni, retrospettive) (, , , , , , , , , , , , )

Fino dalla comparsa del titolo, con quel “Better Watch Out” che si evidenzia prima di “Silent Night, Deadly Night”, Hellman sembra volere affermare la sua paternità, distinguendo questo terzo capitolo da una saga horror con il capostipite discretamente pessimo e inutile e il sequel totalmente vergognoso.
Del primo viene ovviamente mantenuta l’idea di base, ed è richiamato qualche personaggio; del secondo, Hellman pare riutilizzare la trovata dei poteri/collegamenti mentali. Ma, a parte queste caratteristiche, il film segue logiche tutte sue, secondo marche autoriali che questa volta tuttavia fanno fatica a emergere, e quando ci riescono non funzionano.

Si inizia con una atmosfera che incrocia un bianco bergmaniano con situazioni oniriche alla Nightmare, con la ragazza protagonista (cieca, ma con speciali doti psichiche, tra cui urla e recitazione avvilenti) che viene messa in comunicazione con la mente del maniaco, chirurgicamente ricostruita dopo essere stata “danneggiata” da un colpo di pistola grazie ai macchinari di uno scienziato sperimentatore un po’ psicologo e un po’ filosofo. Ma quando l’angoscia, espressa con la musica e con inquadrature in primo piano della ragazza, comincia a farsi sentire, viene fatta sfumare, vanificata. Si costruisce la scena secondo i meccanismi dello spaventerello, ma poi ecco un campo lungo al posto di un primo piano.
Allo stesso modo, i riflessi nelle reazioni degli attori risultano sballati; alcune scene orrorifiche potenzialmente succose avvengono fuori campo; i tempi dilatati (marca stilistica del regista) sembrano fini a se stessi e portano a lentezze esasperanti che annichiliscono il genere senza offrire una qualsiasi contropartita.
OK, si distrugge l’horror, ma in nome di che cosa? Dell’umorismo del maniaco che fa l’autostop in camice d’ospedale e con il cervello scoperto dentro una calotta di vetro? O di quando è a tavola con la nonna della protagonista, in una scena scopertamente frankensteiniana, con un cappello di lana sopra la calotta?
Insomma, che senso ha svuotare il genere, o questo genere? O l’operazione è davvero troppo intellettuale e sottile?

Pare ovvio che a interessare Hellman sia altro. Ma cosa? Alla sua tematica kafkiana della colpa, inserita peraltro superficialmente, viene dedicato uno spiegone verbale del tutto anti-cinematografico. Il resto, se c’è, non emerge, o è giocato male. (A parte una sorta di rivendicazione autoriale di una collaborazione alla regia non accreditata per La vergine di cera di Roger Corman, film di cui vengono mostrati vari spezzoni su televisori accesi: Hellman aveva infatti girato intere scene aggiunte in un secondo momento, ma era stato accreditato unicamente come “location director”.)

[Codesto pezzo da qua trae origine.]

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Sam Raimi, Drag Me to Hell (2009)

settembre 16, 2009 at 1:38 pm (Cinema, recensioni) (, )

Questo film riconcilia con Sam Raimi dopo le pantomime di Tobey Maguire in Spider-Man 3.

Ci sono molti elementi degli horror classici nonché dell’horror classico (i cui alone e atmosfera vengono forse omaggiati nelle belle illustrazioni/incisioni dei titoli di apertura), e si assiste a una sorta di sublimazione dello stile (si può dire “poetica”?) di Raimi.
Il regista è qui indubitabilmente al suo meglio, dal momento che riesce a temperare alla perfezione la paura e lo humour, centrando la resa della prima e dosando sobriamente il secondo.

Nonostante il tappeto musicale, quasi tutte le volte, faccia capire benissimo che qualcosa di brutto accadrà (e anche l’istante preciso, in cui accadrà), e nonostante le altre volte lo spavento si possa intuire con una certa sicurezza conoscendo un minimo le regole del genere, il colpo va sempre a segno, l’emozione e il balzo sono assicurati.
(E secondo me l’acume di Raimi sta anche nel non esagerare con i rilanci immediatamente successivi, e quasi si resta favorevolmente stupiti quando evita i sovraccarichi che probabilmente avrebbe utilizzato un regista meno abile.)

Anche sul versante umoristico sono assenti eccessi e caciaronate, benché guizzi qua e là l’impronta burlesca e fanfarona.
E non mancano strizzate d’occhio a certo impegno metaforico, con il comportamento della protagonista verso la vecchia zingara e, più sottilmente (ma senza che questi divengano temi trainanti), con l’allusione al reale valore di una moneta del 1929.

Drag Me to Hell, in sostanza, non può non riavvicinare alla sala, e va assolutamente goduto al cinema.

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