Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

maggio 28, 2008 at 10:13 am (Cinema, recensioni)

Difficile dire qualcosa di più e di meglio di lui.
Perché in effetti l’impressione, supportata da dati oggettivi, è che Indiana Jones rifaccia se stesso.

E si procede per accumuli e aggiunte; anche gratuiti, come la scena al cimitero: da dove spuntano e soprattutto chi cavolo sono quegli indios/morti viventi/saltimbanchi?

Il tutto sembra quasi un videogioco “a muri”.
A susseguirsi sono anche le banalità fantarcheologiche, di livello veramente terra-terra.
E il film è interamente calato in un tono da favoletta per bambini, un sapore che era già del primo prequel di Guerre Stellari (La minaccia fantasma); ma sono cambiati gli adolescenti, negli ultimi 20 anni, o è cambiata la percezione che di loro si vuole dare / in loro si vuole forse formare (anche di loro stessi)?

Epperò, pure con tutti questi limiti, sul versante del mero intrattenimento a me il film non ha annoiato.
Sono state invece due ore divertenti; una volta digerita e assimilata la formula, alcune scene meritano e hanno il loro perché: la rissa anni 50 al bar anni 50, per esempio, o la stessa infilata di cascate (Mr. Roger Ebert ne prende spunto per una condivisibile lettura).
Oltre al fatto che la maestria tecnica di Spielberg costituisce sempre un bel vedere.

Non so se questo fosse l’unico modo possibile per trattare e rimettere in gioco un mito; o se semplicemente Lucas e Spielberg si siano voluti divertire (e fare soldi).

Forse era l’unico modo per loro.
Ciò mi fa venire in mente due “finezze”, o “spigolature”, che magari sono solo impressioni mie.
All’inizio, nella prima mezz’ora o poco più, in certi passaggi Indiana sembra proprio bolso. Nelle reazioni e nei movimenti. La prima scena d’azione è dinamica, OK, tutto quello che si vuole; ma si vede che il ragazzo ha la sua età. Complici forse una insistenza più o meno impercettibile sulla durata delle inquadrature, l’uso delle luci di scena.
In un movimento corporeo impacciato che fa poi all’interno del suo studio all’università (o a casa sua), sembra davvero più vecchio del Connery di 19 anni fa; e nella prima conversazione con il regazzo al bar la macchina da presa sembra insistere sulla pesantezza della sua schiena (leggasi: gobba da anziano).
Ma poi tutto cambia una volta che parte per il Perù. Da lì in poi questa impressione scompare. Forse per degli stacchi a un ritmo più veloce. Ma forse, anche, è stato tutto consapevolmente studiato nelle / preparato dalle scene precedenti: fatto sta che Indy nell’aereo per il Perù sembra di nuovo Indy, non la sua caricatura iniziale, e dalla già citata sequenza del cimitero in avanti pare avere 20 anni di meno.

Seconda notazione, più che altro una suggestione. (Una messa in abisso delle intenzioni strutturali?)
Attenzione *SPOILER*.
“Ma hai fatto il triplo gioco?”, chiede Indy al suo compagno Mac.
“No, ti avevo semplicemente mentito sul doppio”, risponde lui.
Ma Lucas e Spielberg rifanno se stessi che avevano rifatto/rifondato il genere d’avventura?
No, semplicemente hanno prodotto un film d’avventura, e ora provano a dirci: “Ehi, spettatore, non ci stare troppo a pensare su, non ti creare interpretazioni, non ti fare seghe: non ne vale la pena; guardati sto film e divertiti, come ci siamo divertiti noi”.
Ma questo, appunto, a (supposta) detta loro.

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Iron Man

maggio 17, 2008 at 3:06 pm (Cinema, recensioni)

Tra i tanti fumetti Marvel che leggevo anni fa, Iron Man non aveva mai trovato spazio.
Non mi ricordo neanche come ne venni a conoscenza; e insomma di certo Tony Stark mi lasciava del tutto indifferente.

Temevo, inoltre, un’altra puttanata come i Fantastici 4.
Tuttavia, il gran parlare che invece ne è nato mi ha infine convinto.

Non è che cominci bene.
L’inventore play-boy miliardario Tony Stark viene rapito in Afghanistan da un contingente militare indipendente, il cui capo assetato del classico ma mai inflazionato potere di conquista vuole che gli ricostruisca tutto per sé l’ultimo missile potentissimo che ha da poco realizzato.
Lo mette a lavorare in una grotta, e passi, può rientrare nella momentanea sospensione dell’incredulità del genere fumetto supereroistico.
Ma sta grotta e il suo lavoro sono sorvegliati giorno e notte da una serie di videocamere a circuito chiuso, e possibile che nessuno si accorga che questo si sta fabbricando un’armatura con i controcazzi piuttosto che un missile?
Qua in sostanza la sceneggiatura fa acqua, risultando tanto meno credibile la situazione quanto anche vi si aggiunga il contesto per l’appunto realistico dell’Afghanistan attuale: questi elementi tanto contrastanti squalificano la resa e aumentano l’attrito situazionale, conducendo il tutto, secondo me, a una carenza sul piano estetico.

Epperò.
Il film dopo decolla, lasciandosi alle spalle questa situazione forse troppo pretenziosa e imbarazzante, e puntando su altro.
Nello specifico, su un cast eccezionale e in gran forma (Downey Jr., va bene, ma anche Bridges e la Paltrow, caspita, raramente così intrigante – e figa; evviva le mediotrentenni!), su una ironia leggera (e non banalotta e idiota come nei Fantastici 4), su effetti strabilianti nelle scene in cui Stark ídea e progetta.

Per il resto, non c’è da chiedere tanto di più.
Un elemento interessante è costituito dal taglio strutturale prettamente fumettistico della trama e della narrazione, che appunto ricalca alla perfezione, secondo me, le modalità di una storia a fumetti per un target medioadolescenziale non deficiente.

Sicché al film si perdonano anche disattenzioni alla tirar via, come il fatto che all’inizio Stark è in una limo (se non ricordo male), mentre nella scena di raccordo temporale oltre la metà del film sale in una specie di scatoletta corazzata.
Per il motivo che coinvolge, cavolo, intrattiene divertendo e in modo non stupido.
E tornando a casa in motorino tentavo di accendere i getti di energia dalle mani per alzarmi su e schizzare via.

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Non pensarci

maggio 6, 2008 at 11:41 am (Cinema, recensioni)

Un musicista in crisi professionale e personale (Mastandrea) torna da Roma alla sua cittadina romagnola di provincia, che poi tanto tanto di provincia non è (Rimini).
È sempre stato il ribelle e l’alternativo, quello che difficilmente si adatta allo status quo e ne è insoddisfatto; troverà però una situazione un po’ più complessa.

I confini non sono così definiti e indiscutibili/immobili/fissi.
Tutti hanno ragione e tutti hanno torto.
L’insofferenza di Mastandrea è determinata dal contesto, ma nasce anche da lui stesso (“tu sei il musicista!”).
È vero che i figli di suo fratello si divertono un casino quando lui sgomma e gimkana, ma è anche vero che poi vomitano, e mica sono figli suoi.
È vero che i suoi genitori sono all’antica, ma è anche vero che a lui per stupirli tocca inventare una ballissima.

Ma il film non è una furbatina moscia e precisina. I personaggi appaiono veri, e regalano grande sincerità a una storia fatta per lo più di situazioni, che a loro volta sembrano sentite. La quale cosa rivela abilità nella sceneggiatura, nella direzione degli attori, nella regia.
I cui tono e peso restano sempre un passo indietro. Leggeri, acuti; a volte con il giusto pizzico di stramberia, dosato in trovate appropriate. Mastandrea che compare sbronzo a casa del politico e improvvisa un pezzo al pianoforte; le bottiglie di sciroppo che cadono in frantumi.

Ma sopra tutte le altre, una scena secondo me rende perfettamente conto della cifra del film, dei suoi temi e della sua leggerezza, della presa di coscienza di una realtà sfaccettata e della ricerca di una soluzione, di quella che forse rimane l’unica strada percorribile, oggi, a livello di stato d’animo.
Una perfetta messa in abisso.
Con questo tabellone elettronico per il controllo della velocità dei veicoli; strumento più che giusto, se non fosse che è stato posto su una strada a bassa e lenta percorrenza: così, pare, tanto per fare scena; a simboleggiare l’ipocrisia delle buone maniere e di molte soluzioni sintomatiche.
Figurarsi se Mastandrea non s’incavolava per la sciocchezza e appunto l’ipocrisia.
Eppure, in una scena buffa, scopre che quel dispositivo registra anche la velocità del passaggio dei pedoni.

Cosicché non ci pensa più, e ci fa correre sotto i nipoti, e poi anche la sorella e anche lui stesso si provano.
In poetici ralenti.

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