Tempo di muoversi

gennaio 28, 2008 at 5:06 pm (Impegno, politica, Sociale)

Gli ultimi avvenimenti occorsi hanno dimostrato una volta di più la pochezza e lo squallore della nostra classe politica.

Mi rifiuto di continuare a essere rappresentato da persone di tale fatta, secondo i presupposti della ricerca del prestigio e del potere personali piuttosto che del bene comune, obbedendo a un (mal)celato culto dell’individualità piuttosto che della totalità.

Difetti probabilmente atavici e ostinatamente e tenacemente perpetuati continuano a creare circoli viziosi, multicentrici, che occorre cominciare a spezzare.

Secondo la mia opinione, bisogna agire su due versanti.

Il primo, generale, è quello della moralità e della coscienza di ciascuno, perché è inutile rinnovare se i principi strutturanti, che stanno a monte o nel profondo a seconda dei modi di esprimersi, rimangono i medesimi.

Il secondo è quello politico e sociale, e qua vorremmo ora tentare di muoverci, sensibilizzare, proporre.
Anche solo per farci sentire, utilizzando questo strumento del blog che potenzialmente rappresenta il massimo della democraticità.
(E ovviamente l’iniziativa è aperta anche a chi un blog non lo ha.)

Per questo, segnalo intanto il posto da dove tutto quanto è nato.
Quindi fornisco l’indirizzo ufficiale per questa iniziativa, dove chiedere, informarvi ulteriormente e soprattutto partecipare: blogaction@gmail.com.
Da ultimo, ma più importante, questo è il neonato blog(action) dove trovare più informazioni e confrontarsi apertamente. Partecipatevi!

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Cineblogger: resoconto

gennaio 19, 2008 at 2:26 pm (Cinema, considerazioni, dove vado, incontri)

Questo resoconto non vuole essere esaustivo; riporterò le parti che mi sono sembrate più interessanti, insieme ad alcune mie considerazioni.

L’incontro si è svolto in una sala piuttosto accogliente e in un clima rilassato.
Alcuni cineblogger erano nelle prime due file, altre (sì, soprattutto ragazze) dietro, curiosi e interessati vari riempivano le ultime 3-4 file, parecchia gente in piedi nelle retrovie, specie vicino alla porta.

Il Conte Nebbia è stato un ottimo coordinatore, riuscendo a tirare fuori praticamente tutte le questioni legate a questa realtà e facendone discutere diffusamente ciascun invitato.

Ha cominciato con l’illustrare questa “novità entusiasmante” del panorama critico, costituita da una critica divulgativa che riesce a fondere libertà espressiva, competenza e passione.

La parola a questo punto non poteva che passare a Ohdaesu, che ha una idea differente rispetto agli altri a tale riguardo. Pensa infatti che il cineblog non sia e non voglia essere uno strumento di critica; lui lo considera una versione scritta dei commenti che farebbe fuori dal cinema, e se poi ha un effetto di convincimento verso altri, è malgrado il suo intento.

Il Conte, a questo punto, ha ribattuto che se si sono visti alcuni film in sala, che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile fossero distribuiti (come Oldboy, di Park Chan-wook), è stato anche grazie al tam-tam della rete tra cinefili e cineblogger.
Ma Ohdaesu ha osservato (secondo me qua giustamente) che più che altro sono stati la sponsorizzazione di Quentin Tarantino e i premi vinti, a sdoganare questo regista.

Manu riflette sul fatto che dal momento che si esprime un giudizio ed esiste un pubblico, automaticamente si diventa critici anche proprio malgrado.
Il blog per Manu è interessante perché c’è una interrelazione, ma si chiede quanta credibilità abbiano.

Secondo Sara the Hutt la seriosità della critica cinebloggense è determinata da chi legge; Sara sottolinea insomma il ruolo del lettore, le sue scelte.

A questo punto, Kekkoz nota che la particolarità dei blog si trova nella questione del feed-back: il blog porta a fare i conti con quanto si è appena scritto, visto che subito arrivano i commenti, e ciò a propria volta determina una grande onestà intellettuale da parte di chi posta.
Inoltre, anche secondo Kekkoz un blog viene reso prezioso dal punto di vista culturale dall’interrelazione con altri blog, dalla creazione di un dialogo.
Infine, nota che secondo lui se prima i blog erano maggiormente come li intende Ohdaesu, nell’ultimo periodo si sta assistendo a una sorta di avvicinamento alla critica “istituzionale”, sebbene questa cosa sia ancora in fieri.

Roy Menarini avanza considerazioni per me molto azzeccate. Dice che occorre distinguere tra cinefilia e critica, in quanto la discussione tra cinefili non porta necessariamente alla critica; e fa a questo punto un paragone assai interessante con quanto accaduto in Francia negli anni 50, quando non tutti i cinefili andarono poi a scrivere sui “Cahiers du Cinema”. L’amore, in sostanza, non porta automaticamente a della buona critica.
Quindi Roy ricorda con la giusta dose di ironia l’assurda reazione isterica di alcuni critici nei confronti della realtà delle riviste on-line e dei blog, che essi avrebbero voluto dotare di bollino di attendibilità…
Ci sono alcuni blog che partono proprio come critici, come Secondavisione, altri meno.

(A mio avviso, in queste circostanze basta conoscere l’atteggiamento di chi scrive; una volta che so con quale modalità scrive Ohdaesu, lo leggerò in una determinata maniera, e così per Manu, per esempio. Ciò ovviamente non toglie che Ohdaesu su alcune questioni non possa avere una opinione per me più condivisibile – come è successo qualche giorno fa a proposito di La promessa dell’assassino –. Allo stesso modo, pure se mi sento personalmente più vicino alla maniera di fare critica e di impostare il blog di Secondavisione, non significa che non accetti e che non gradisca anche quella di Ohdaesu.)

Roy Menarini ha comunque continuato illustrando il blog come una forma più personale di fare critica da parte dei critici “classici”, che trovano insufficiente il cartaceo o i canali tradizionali e che cercano un rapporto più diretto con i lettori. Lui aprì il suo blog per questi motivi; e spero e lo invito, se legge, a riaprirne uno (dal momento che il vecchio lo ha chiuso).

Quindi Roy osserva, e qui lo quoto in pieno, come la maggior parte dei critici classici non riesca ad aprirsi alle nuove cinematografie e ai nuovi linguaggi, arrivando talvolta a stroncare film validi solo per la sua ignoranza. Porta l’esempio macroscopico di Irene Bignardi, della sua critica uterina e personalissima basata su impressioni, che invece di scrivere per “Repubblica” avrebbe dovuto, lei sì, tenere un blog, dal momento che la sua era cinefilia più che critica istituzionale.
Vi sono dunque contaminazioni fra i due mezzi, ma mentre è del tutto lecito che un cineblogger faccia critica, risulta meno giustificabile che un giornalista scriva in quella maniera impressionistica e tutta personale.

Dopo questo primo giro, si è parlato della componente ludica del blog, e si è ricordata la candidatura del Conte alla direzione della Mostra del Cinema di Venezia, cui fece seguito quella di Ohdaesu alla Festa del Cinema di Roma. Si creò per gioco tutta una organizzazione, con intenti anche di provocazione verso la politica delle due rassegne; inoltre, si era istituita una sorta di parallelismo che vedeva da una parte il Conte (“snob”) dirigere un Festival considerato “snob” come quello di Venezia (il cui direttore Muller ha appunto una simile nomea), e dall’altra parte Ohdaesu (“popolare”) dirigere la Festa ritenuta “popolare” di Roma (il cui ideatore Veltroni ha appunto certa fama di populista).

Kekkoz è quindi passato a parlare del secondo suo blog, Friday Prejudice, il cui intento consiste anche nel varare un tipo di scrittura più immediato e agile, più in un certo senso anarchico. Questo blog, inoltre, con il tempo è diventato pure una satira verso le politiche distributive (satira le cui tematiche condivido appieno).
Sara the Hutt protesta il fatto che in un mondo editoriale sano un’idea del genere avrebbe trovato spazio in una rivista “ufficiale”.
Ma Kekkoz puntualizza che non vorrebbe essere pagato per scrivere, e che se lo fosse non scriverebbe le stesse cose.

(Non ho avuto il tempo, alla fine, di porre la mia domanda, che avrebbe riguardato da vicino questo punto. Che poi più che una domanda sarebbe stata una osservazione e se si vuole un augurio. Non si capisce, infatti, come accennavo anche nel post mio qua sotto, per quale motivo delle persone tanto competenti e preparate non possano e anzi non debbano venire retribuite, per scrivere una critica che spesso è mille volte migliore di quella di tanti quotidiani e anche di molte riviste. Spero, inoltre, che la realtà dei cineblogger cresca e arrivi a incidere maggiormente sia sulle scelte distributive, sia, soprattutto, principalmente perché è una questione che sta a monte dell’altra, sul rapporto del pubblico con il cinema, facendo opera di sensibilizzazione al gusto e acculturazione.)

Il discorso si sposta allora sulla maniera di fare critica.
Manu ipotizza che la maggiore criticità e la minore cinefilia del blog di Secondavisione potrebbero essere in parte state date dal fatto che questo è un blog collettivo, dove scrivono sei persone diverse: non essendo un blog personale, diventa dunque anche meno “personalista”, e ogni tanto vengono fuori anche delle riflessioni più generali (i “pipponi”) su varie cose che possano riguardare il mondo del cinema.

Roy nota con soddisfazione come questi pipponi possano saltare fuori anche inaspettatamente, producendosi magari tramite le decine di letture e interpretazioni che si formano su di un particolare fenomeno.
Kekkoz aggiunge che la critica serissima viene spesso fuori da sé, ma è scritta con un linguaggio più semplice e immediato.
Roy chiosa che la critica in Italia appare molto più ingessata rispetto agli altri Paesi, specie anglosassoni (?), dove è molto più friendly.

L’incontro si conclude con qualche osservazione circa l’autorevolezza di un cineblog: come fare per riconoscerla?
(Qua vado a memoria perché avevo smesso di prendere appunti.) C’è stato chi (mi sembra Sara) ha evidenziato, di nuovo, il ruolo del lettore e le sue conoscenze personali (o forse è stata una mia proiezione, dal momento che secondo me un minimo sono importanti); c’è stato chi (qua sono sicuro che si è trattato del Conte) ha valutato importante il modo di scrivere, l’attenzione nella scrittura.
(Secondo me conta anche una certa assiduità di frequentazione, con relativi paragoni e confronti con i propri gusti personali, sia estetici sia critici.)

(Me ne sono quindi sgattaiolato fuori per altri impegni che avevo, e perché sono timido…)
(Presto comunque su You-Tube dovrebbe essere caricato il filmato dell’incontro, con in più delle interviste ai vari partecipanti.)

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Cineblogger

gennaio 18, 2008 at 1:07 am (Cinema, considerazioni, dove vado, incontri, segnalazioni)

Domani pomeriggio a partire dalle 15:00, all’interno del Future Film Festival, si terrà una tavola rotonda sulla realtà dei cineblogger.

Il cineblogger, a grandi linee, e senza cadere nella tautologia, è un grandissimo appassionato di cinema che si diletta a scrivere le sue opinioni in merito nel proprio spazio web.
A volte questi appassionati sono o sono stati anche studiosi, a volte sono semplicemente persone che riescono a guardarsi quei 3 o 4 film al giorno (in media).

(L’ideale sarebbe conciliare queste due caratteristiche: unendo inscindibilmente l’insostituibile ricchezza trasmessa dall’esperienza diretta all’abilità e alla capacità di lettura offerte da una serie di studi, quando questi siano stati ovviamente ben recepiti.)

Non è questo il luogo per un approfondimento storicocritico o sociocritico.
Vorrei solo osservare che alcuni di questi cineblogger sono veramente preparati e competenti, molto di più della maggioranza dei “critici” che scrive nella maggioranza delle testate giornalistiche quotidiane (basta una scorsa a una qualunque scheda qua, comparata all’opinione dei regaz, per rendersene conto).
(Certi personaggi della stampa, che vengono pure pagati e magari riescono anche a camparci, sono degli emeriti incompetenti: basta saperne un minimo di cinema per accorgersene.)

Un grande vantaggio dei cineblogger è che sono assolutamente liberi e svincolati dalle logiche e dalle politiche di mercato delle case di produzione e di distribuzione.
(Sentire qualche giorno fa una “celebre” giornalista di un celebre tiggì – l’unico che riesco a guardare, indovinate qual è – commentare benissimo quella ciofeca dell’ultimo film della Comencini, parla molto più chiaramente di un qualsiasi discorso teorico.)

Un’altra particolarità di questo interessantissimo modo di occuparsi di cinema sta nel linguaggio e nei toni: da ex italianista e attuale redattore non posso non notare l’arricchimento continuo della nostra lingua; inoltre, se è vero che a volte questi toni appaiono un po’ sopra le righe, risulta altrettanto vero che sono accompagnati sempre dal sorriso e dal gioco.
(personalmente sono forse più vicino a una maniera maggiormente “accedemica” – nel senso buono, della mancanza di una assertività radicale –, anche non possedendo la loro scioltezza e immediatezza, ma cercando di soffermarmi un po’ sulla riflessione – del resto, non che loro non lo facciano.)

Una di quelle più interessanti, per la maniera di scrivere, trovo che sia Violetta Bellocchio (che riesce a dare il meglio di sé anche nei commenti ai post altrui).
Purtroppo domani non sarà fra i seduti a tavola; spero almeno di vederla tra il pubblico.
Sarà invece presente il mio preferito, Manu di Secondavisione, uno davvero preparato che ha l’impagabile pregio di argomentare sempre, e in maniera intelligente, qualsiasi cosa dica.
Ci saranno poi il celeberrimo e seguitissimo Kekkoz, Ohdaesu, Sarathehutt e il prof Menarini.
Coordinerà il tutto Andrea Bruni, in arte Conte Nebbia.

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Laicità ed eutanasia

gennaio 15, 2008 at 4:18 pm (considerazioni, libri, segnalazioni)

In attesa di prossime recensioni cinematografiche, ho parlato qua del libro di Umberto Veronesi, Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza.

Rispetto a quanto riportato nel sito di Sottotomo, vorrei chiosare che la tematica del libro è molto bella e a mio vedere giusta da trattare; ma purtroppo questo a volte non basta.
Forse sono di parte, forse non riesco a calarmi nei panni di un lettore che sia completamente all’oscuro dell’argomento, ma onestamente da un libro del genere mi sarei aspettato di più; per la precisione, più forza e maggiore profondità.

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La promessa dell’assassino

gennaio 11, 2008 at 9:11 pm (Cinema, recensioni)

Lo script è piuttosto semplice. Una ostetrica (Naomi Watts) soccorre una ragazza incinta ferita che si accascia in un lago di sangue e la fa partorire.
Lei muore, ma la Watts trova fra le sue cose un diario, scritto in russo, e decide di farselo tradurre, per trovare i parenti del neonato.
Ma si rivolge a sua insaputa a un capoclan della mafia russa di Londra, con un figlio debosciato (Vincent Cassell, straordinario) e un autista/becchino che invece la sa molto lunga (Viggo Mortensen).
Da qui comincia il dipanarsi della vicenda, in cui man mano si scoprirà il mondo sordido che ruota attorno ai tre mafiosi.

Anche la sceneggiatura presenta qualche zoppicamento e soprattutto delle forzature; il caso vi gioca un ruolo che appare troppo importante (e ingiustificato dal punto di vista dell’estetica del racconto).

Anche il criticamente (nel senso: da parte di chi fa critica) inflazionato tema cronenberghiano del corpo potrebbe riuscire un po’ stiracchiato, o perfino di troppo semplici individuazione e declinazione, sebbene la carnalità dello spirito, che si genera e si manifesta attraverso i tatuaggi come “scrittura della carne” piuttosto che “nella carne”, abbia indubbiamente fascino e risulti una lettura piuttosto fondata.

Sembrano segni, questi, direi abbastanza evidenti, che a Cronenberg interessa altro.

Ma che cosa?
La risposta può solo essere tentata.
Notando, per cominciare, come questo sia in ogni caso un film che inchioda, con immagini forti e soprattutto mai nessun cedimento nella tensione.
Sicché probabilmente è al linguaggio che bisogna principalmente rivolgersi. E allora ecco l’insistenza sui primi piani, con angolature singolari, leggerissimamente inclinate rispetto alla frontalità.
Ed ecco la ricerca di una distanza glaciale mediante l’iper-realismo e la perfezione semi-immobile o coreografica dei gesti e dei movimenti.
E una direi perfetta scelta dei tempi.

Forse, come dice giustamente Manu (nei commenti al suo post – che si deve cercare scorrendo la pagina perché non ci sono permalink), Cronenberg non è un virtuoso, ma di sicuro sa molto bene il fatto suo, e insomma sembra proprio essere arrivato a una completa padronanza tecnica.

Senza tuttavia rinunciare al suo cinema e alla sua concezione dello stesso, che si esplica nelle scene pseudogore degli sgozzamenti e forse perfino nella vista secondarietà attribuita a soggetto e sceneggiatura.

Ma non c’è maniera. Più che altro, autorialità.
Per usare una espressione a effetto, La promessa dell’assassino potrebbe essere un capolavoro proprio per il suo non esserlo.

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Larva

gennaio 8, 2008 at 3:09 pm (personaggi, Squallidume)

Larva è una specie di supereroe. Riesce a sbuffare fino a una volta ogni due secondi e mezzo, anche per lunghi tratti.

La sua pelle è resistentissima: riesce a sostenere, fiera, gli attacchi delle piaghe da decubito, che si scagliano avidamente contro il suo sedere e la sua schiena durante le nove ore di permanenza sul divano davanti alla TV.

Larva resta immobile come un’iguana ad accumulare grandissimi quantitativi di energia, che lui sugge, incredibile meraviglia, dallo sporco che fa accumulare appositamente ovunque. E dato che è anche un gentiluomo che mai e poi mai farebbe del male a un indifeso, riesce a estrarre la detta energia senza intaccarne minimamente la fonte.
Raggiunge l’acme, in tale pratica, nei confronti dell’immondizia, da cui trae nutrimento lasciandola ammucchiare intatta fuori del balcone, strabordante ovunque dal secchio che la contiene. Se chiudesse il sacchetto, infatti, la fonte energetica si prosciugherebbe.

Quando poi questa energia viene utilizzata, è un vero spettacolo.
La presenza di ospiti (altrui) vede Larva in soggiorno concentrarsi per illuminare a festa la propria stanza, anche se resta inutilizzata, con tutte e tre le lampade (non ecologiche), più il computer, il televisore e il lettore DVD.
Se mette su la pentola d’acqua per la pasta, la lascia senza coperchio per circa un’ora, con il fuoco al massimo, perché lui comanda anche sul gas.

Ma i suoi superpoteri non finiscono qui.
Lascia sempre squillare ripetutamente il telefono senza rispondere, intento com’è nella lotta contro le piaghe, e in quanto si mette in contatto telepatico con il chiamante.
Si comporta così anche per non mettere in imbarazzo l’interlocutore mediante la sua voce melodiosa: chioccia, nasale, biascicata e lagnante, ma bassa e roca, determinata dai due pacchetti di sigarette al giorno che peraltro non sortiscono alcun effetto nocivo sul suo organismo.

Alcuni sospettano che sia addirittura immortale.

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