Shoot’Em Up

aprile 27, 2008 at 10:04 am (Cinema, recensioni)

L’andazzo s’intuisce dalle tre inquadrature iniziali: dettaglio degli occhi, allargamento e frontale in primo piano di un uomo che tira fuori una carota e se la sgranocchia, ancora allargamento in campo totale dal taglio diagonale in cui lo vediamo seduto su una panchina e una donna incinta entra da sinistra correndo e lamentandosi.

Il gesto della carota tornerà per tutto l’arco del film. In cui le carote verranno estratte, oltre che dal nulla, anche da piante/coltivazioni tenute in casa e quindi immediatamente addentate (oltre a venire usate per gli scopi più disparati, comprese uccisioni splatter e meccanismi per fissare grilletti di armi da fuoco).
E non potrà ovviamente mancare la frase “what’s up, doc?” [che spero in italiano sia stata resa nella maniera giusta, con il celebre “cosa c’è, amico”].

Questo per suggerire la cifra di un film che s’intitola come un genere di videogioco (lo “sparatutto” – e le scene durante i titoli di coda sono realizzate secondo questa ispirazione).
Sicché ci si dovrebbe divertire, anche perché il prodotto è confezionato bene, girato in maniera abbastanza chiara e ordinata.

E invece ci si infastidisce, non troppo ma quanto basta: dagli scollegamenti tra le scene e tra i cambi di ambienti, e dalla eccezionalità e gratuità eccessive di certe esagerazioni che più che un omaggio, o una ispirazione o una ripresa di determinato cinema hongkonghese (John Woo) o tarantiniano ne sembrano la parodia, e realizzare una parodia di trovate e stilemi che nascono già semiparodici, diventare il parossismo di un parossismo, squalifica la resa dell’operazione, la momentanea sospensione dell’incredulità che di là sfociava in una emozione o un sorriso qua troppo spesso determina un breve grugnito di sbuffo.

Bugs Bunny diventa Grattachecca e Fichetto, ma la commistione non viene fatta funzionare.

Mamma mia; che puttanata.

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Dead Man’s Shoes

aprile 18, 2008 at 6:21 pm (Cinema, recensioni, recuperi)

Inspiegabile.
Forse perché la distribuzione inglese non ha potuto vantare, provando a piazzarlo qua da noi, un “Tarantino ha arrotolato la sceneggiatura per scacciarci le mosche”.
Fatto sta che, grazie a loro e alla loro rassegna, ho visto un film ottimo. Del 2004, mai distribuito in Italia.

È la storia di una vendetta, consumata in maniera sistematica e quasi geometrica da un fratello un po’ schizoide un po’ espiatore dei propri sensi di colpa nei confronti di un ragazzo semplice e dal QI probabilmente tra quel 70 e 80 considerato borderline e che fa sentire qualcuno sistematicamente giustificato a parlare di ritardo.
Le vittime sono un gruppo di balordi spaccini e criminali, squallidi delinquentelli di provincia.

L’ambientazione è costituita dal provinciale e rurale Derbyshire, dove l’inglese è una sorta di storpiatura continua, un linguaggio abbaiato nel suo consonantismo; e dove i cattivi pezzenti di cui sopra, tra bullismo periferico e manifestazioni di sottostante debolezza umana, lavorano per e si rifugiano da padrini/contadini più Provenzano che Robert de Niro.

Lo stile riesce ad amalgamare sorprendentemente bene il grottesco con il realistico, il disperato, il violento, il poetico.
Questo grazie ad accorte scelte linguistiche e attoriali.
Attori quasi lombrosiani; e il protagonista perfettamente in parte, allucinato a dovere.
Esterni quasi sempre deserti, tanto che viene da chiedersi chi cavolo abiti in quella provincia oltre a quei buzzurri (solo in un interno di locale pubblico, all’inizio, si vede un po’ di gente disparata).
Interni di privati soffocanti, con strette inquadrature ravvicinate (o ravvicinatissime) alle persone.
Un montaggio che a volte procede per piccoli strappi successivi, con tagli di inquadratura soggettivi e inusuali.
E il bianco e nero dalla grana sporca e 16millimetrica dei flash-back.

Un filmone, insomma, che colpisce forte e non si dimentica.

[Nota: Il protagonista con la maschera da gas mi ricorda *molto* da vicino il Sandman del fumetto Sandman Mystery Theatre; e certe atmosfere hard-boiled e inquietanti non fanno che confermare il sospetto: che il regista Shane Meadows ne abbia tratto ispirazione iconografica?]

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Logoterapia

aprile 15, 2008 at 1:32 pm (considerazioni, dottor carlo, segnalazioni, tlog)

Logoterapia è il nome che ho scelto per il mio neonato spazio Tumblr.

Lo spunto per la sua apertura me lo ha fornito il mio vezzo/abitudine di commentare diffusamente i post dei blog altrui. E la mia tensione a leggere, più che a scrivere.
Nello specifico, mi ritrovo spesso a esprimermi meglio, su determinate questioni, in un contesto dialogico.
Pertanto, il mio tumblelog si pone il compito azzardato (visto il mezzo stesso) di ribaltare in parte le apparenze (e la sostanza) costitutive di uno spazio del genere: si vorrebbe offrire come un metaluogo di confronto, pure rimanendo a volte la mia partecipazione per così dire in sottotraccia.
Sarà dunque usato primariamente per segnalare link, come una sorta di indice/aggregatore.
(Aggiornato in maniera rigorosamente asistematica.)

Nel più specifico ancora, l’impulso definitivo mi è stato dato dalla riflessione sugli ultimi eventi della politica italiana.
I primi due link inseriti si riferiscono esattamente a questo argomento. E altri ne seguiranno.

In aggiunta, tuttavia, questo tumblelog conterrà segnalazioni varie, e mirerà poi a raccogliere pensieri sparsi, più articolati della forma/misura Twitter ma meno di quella del blog.
Anche per il fatto che vorrei virare quest’ultimo in maniera più specifica verso il cinema (sebbene non solo e unicamente).

E poi insomma si vedrà, anche questo caso sarà passibile di nuove continue evoluzioni: un po’ come appunto il blog (che infatti avrebbe già bisogno di un re-styling strutturale).

Cercherò di gestire il tutto al meglio.

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Aliens vs. Predator 2

aprile 12, 2008 at 3:18 pm (Cinema, recensioni)

Ciò che mi ha spinto alla visione di questo film è stato un interessante scambio avvenuto qui più di un paio di mesi fa, dove si accavallavano le voci più incontrollate sul motivo per cui fosse stato vietato ai minori di 18 anni: Predalien che si tromba delle gestanti, morti di infanti, Predalien che ha un modo tutto suo di ingravidare le donne…
Ci poteva essere insomma di che divertirsi.

Tra tutte queste teorie, senza spoilerare quella corretta, dirò semplicemente che le scene in questione, in sé, sono sì un po’ disturbanti, ma manco tanto e s’è visto di parecchio peggio, ricordando comunque che siamo in una periferia dello Stato Vaticano, che in USA il divieto era per i 17enni (che corrispondono grosso modo ai 14enni di qua..) e che insomma si tratta di cinema, eh!
Magari con un po’ di ironia [vado in modalità cinico tv] si sarebbe potuto contrapporre questo film a Juno [fine modalità cinico tv] (e si continua a parlare di cinema, eh! Anzi, di certo cinema; alla larga i poveri di spirito, i ristretti di mente e gli strumentalizzatori), il Juno cavalcato dallo stron*o un po’ obeso dal cognome della bella città emiliana (un cognome che non merita).
Ecco, alla fine ho spoilerato; un po’ stron*o anch’io, ma non c’è confronto.

Il film comunque è una merda [cit.].
Anche, immagino, per gli amanti delle storie non impegnative e della sci-fi splatterosa e finto-dark e per chi gradisce i film con stragi e distruzione (per i quali ci sarebbe potuto essere qualche elemento d’interesse). Dal momento che praticamente sti due si ritrovano a combattere in un paesotto del Colorado circondato dalla foresta, fregandosene altamente del contesto umano.

Si capisce da subito come andrà a finire.
La gran parte delle scene è girata al buio, e già si godono poco, ma inoltre risultano per lo più confuse quelle dove i mostri si cacciano, si inseguono, si combattono.
Pare che i registi non sappiano di preciso cosa riprendere e come; il film specie nella prima ora (sull’una e 25 che dura) potrebbe addirittura costituire un esempio per le scelte da NON fare e i tempi da NON prendere. Gli unici momenti in cui la macchina da presa si ferma e l’immagine è chiara e si capisce cosa sta accadendo è quando mostra il Predator che gongola e fa lo sborone con il suo equipaggiamento e le sue armi.
Potete tranquillamente evitarvelo.

Scena scult [SPOILER]: il Predator che alla fine si toglie il casco/maschera per affrontare a “viso” aperto Predalien vorrebbe chiaramente spingere a una identificazione con lui, dato che questo gesto viene solitamente fatto dall’eroe umano di turno.
Del resto, come dimenticare che nel film precedente un Predator si era alleato con una umana?
(Si tenga in considerazione che i Predator sono una specie di versione gigaparossistica dei Klingon…)

Preview: qualche voce impazzita sussurrerebbe che si sta pensando a un Predator 3, dove il posto che fu già di Schwarzenegger verrà preso da Sylvester Stallone (in questo caso potrebbe essere possibile un cross-over con Cocoon), oppure da niente popò di meno che lui.

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[•Rec] (e un po’ Cloverfield) (e anche Blair Witch Project, va’)

aprile 11, 2008 at 10:58 am (Cinema, recensioni)

Quando nel 1999 (nel 2000 in Italia) uscì The Blair Witch Project rimasi piuttosto deluso.
Tutto qui?, dissi, Dov’è che si deve avere paura? e il coinvolgimento?
Solo negli ultimi 10 minuti, quando i protagonisti entrano nella casa, e paura nei 2-3 minuti finali.
Per il resto, che palle. Troppa confusione, e soprattutto troppa roba che non si vede o che si vede per troppo poco tempo (e nella maniera sbagliata). Le stesse più o meno implicite teorizzazioni sullo statuto dello sguardo, sulla realtà filtrata dal mezzo televisivo/cinematografico, sulla necessità di essere ripresi per esistere, risultano inflazionate e poco calzanti, specie per il modo in cui vengono espresse.
Viene tutto puntato sul sonoro, mi dissero, su quel piano è avanti, devi vederlo in originale. Non ne ho ancora avuto modo (e voglia). (Ma intanto ne approfitto per infilare/lanciare uno strale contro: 1) il doppiaggio dei film in presa diretta; 2) il doppiaggio fatto male; 3) il doppiaggio.)

Cloverfield sembra puntare alto, volendo abbinare questa modalità di ripresa (in soggettiva, documentaristica) al film catastrofico, dove più si vede (in termini di distruzione), meglio è.
Il risultato non è male, coinvolge il giusto, diverte.
Ma forse la disparità tra intenti (teorici) (leggi anche: wannabe) e risultato (concreto) è un po’ troppo vistosa. Seppure trovi interessante l’alternarsi dei frammenti di un precedente filmato laddove poi è stato sovrascritto il video della catastrofe.

[•Rec] mira più basso, e riesce meglio nell’intento di mettere paura. Non molta, e non sofisticata (ossia lentamente preparata e pervasa d’inquietudine), ma 3 o 4 passaggi sono a effetto.

Nonostante a volte l’eccessiva confusione in scena risulti irritante.
Nonostante la conduttrice televisiva protagonista sia assolutamente odiosa (stavolta ho visto il film direttamente in lingua originale, e la tipa ha toni e modi che vorresti fosse la prima a tacere per sempre). [Nota: questa è ovviamente una valutazione soggettiva]
Nonostante la motivazione che viene fornita alla fine per l’epidemia di zombosi idrofoba sia ridicola, anche per il modo in cui viene fuori.
Nonostante la parte delle interviste risulti inutile e noiosa e certe scene raggiungano una ironia involontaria (come quella in cui tutti gli zombi, sulla tromba delle scale inquadrata dall’alto, si voltano verso la telecamera/macchina da presa uno per uno velocemente ringhiando, quasi si trattasse di un musical).

Ecco, nonostante tutte queste riserve (ed è anche che stamattina sono un po’ cattivo), il film alla fine funziona abbastanza, mette onestamente quel po’ di strizza.

In attesa ansiosa di vedere l’ultimo Romero, Diary of the Dead, che avanti com’è mi dicono abbia saputo commistionare bene l’elemento teorico e quello concreto, andando anche oltre.
(Film ovviamente proiettato in vari festival europei e americani, uscito nelle sale UK un mese fa e programmato in quasi tutto il resto del mondo cosiddetto civilizzato… tranne che in Italia.)

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Juno

aprile 9, 2008 at 12:06 pm (Cinema, recensioni)

Ero partito abbastanza prevenuto su questo film.
E bisogna dire che nella prima parte ha fatto di tutto per non sconfessare le mie prevenzioni.
Con quella atmosfera indie Sundance-style che sembra la traslazione della sinistra radical-chic e intellettualoide nostrana in terra d’America (anche se in effetti credo sia stato storicamente viceversa), musiche belle ma paraculine, atteggiamenti un po’ forzati (seppure nella generale delicatezza e sussurratezza), insistenza (sebbene pacata, sfumata, sussurrata) a essere comunque diversi e particolari.

Poi verso la metà tutto cambia, più o meno dopo la prima visita di Juno e del padre alla coppia dell’annuncio che vorrebbe prendere il bambino in adozione.
Se il film non fosse così pacato e delicato, lo strappo sarebbe quasi netto.

La scrittura diventa lievemente più solida, gli avvenimenti si susseguono leggermente più serrati, compaiono interessanti scene di confronti verbali tra personaggi (Juno e i genitori, Juno e Bleeker, Juno e la coppia dell’annuncio).
Anche la musica, si direbbe, si fa meno “ina”. [Nota: ma i Sonic Youth NON “fanno rumore”]

Questo potrebbe essere correlato alla crescita personale di Juno, in una scelta di scrittura forse semplice, ma coinvolgente, che a livello di struttura e di resa globale pare davvero configurarsi come il corrispettivo dello stile da blog (la sceneggiatrice Diablo Cody si autodefinisce “blogger” nella vita).
Soprattutto, la sensazione è quella di sincerità. Gli ammiccamenti, le citazioni e le strizzatine d’occhio di certo non mancano, ma non appaiono compiacenti, fastidiosi o posticci come in un Little Miss Sunshine qualunque (specie appunto nella seconda parte).

Non mi sembra il caso di spingersi oltre, di impostare una critica sociostorica o peggio mi sento ideologica; credo che il film stesso non lo richieda.
Ma magari sbaglio, mi sono perso la portata devastante [nota: non mi piace molto inserire emoticon] della sottocultura indie (probabilmente per questioni meramente anagrafiche, o per mancanza d’attenzione).
Eppure, mi sembra una semplice rappresentazione di una certa parte e di certi modi dei tempi nostri, la cui forza (perché veramente e sinceramente alternativa, per molti versi) e insieme debolezza (cosa ne rimarrà storicamente?) stanno nella sua delicatezza.

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Tutta la vita davanti

aprile 5, 2008 at 8:37 pm (Cinema, considerazioni, recensioni, recuperi)

Quando questo film uscì nelle sale, nel 2008, le crisi economica e sociale, preannunciate da oltre un ventennio da quelle civili e morali e che sarebbero esplose pesantemente negli anni successivi, erano già avviate da qualche anno, sebbene non in molti sembrassero realmente accorgersene.

Nonostante alcuni forti campanelli d’allarme, suonati perfino dal vecchio strumento della televisione (in cui altrimenti l’informazione appariva monopolizzata e appiattita), le persone in genere preferivano chiudere gli occhi mentre l’assetto voluto dal sistema si stava rumorosamente sgretolando.

Accadeva, in quei tempi, che la realizzazione umana e la ricchezza individuale fossero sacrificate per lo sballato concetto, ora fortunatamente dismesso, di una continua crescita economica direttamente proporzionata al volume dei consumi.
Di consumi per di più dall’alto tasso di inquinamento energetico e in senso vasto ecologico, oltre che sociale.

In nome e in conseguenza di questo, si assisteva alla rinuncia a rapporti amorosi, all’abbandono forzato di persone e di interessi umani, all’identificazione anche violenta e autodistruttiva con la propria alienazione, al disinteresse (per crudele necessità o per indiretta ignoranza) verso i propri familiari.
E l’edonismo e l’eterodirezione nati negli anni 80 del secolo precedente erano giunti a livelli parossistici; e l’anestetizzazione di molte coscienze era grandemente avanzata, così come l’arrendevolezza, la paura e il senso di mancanza di scampo.

Paolo Virzì seppe riunire molte di queste situazioni assurde e paradossali all’interno di una narrazione sostenuta e volutamente leggera, con più di una marca grottesca.
Nella quale tuttavia non rinuncia a presentare il suo abituale doppio punto di vista, dando voce e immagine ai “Destri” e ai “Sinistri” nelle loro rispettive, a volte effettivamente e realisticamente non risolvibili, problematiche.
(Sebbene, come sempre, la sua posizione personale di appartenenza sia chiara.)
Ma cercando anche di mostrare le profonde contraddizioni del contesto sociale nella loro esistenza effettiva. Come nel dialogo tra la protagonista e il sindacalista, nel nome dell’assunto “realmente” paradossale: è giusto mettere nella merda delle persone facendo perdere loro il lavoro in nome di una maggiore giustizia lavorativa?
La risposta l’avrebbe fornita lo svolgersi successivo degli eventi storici, ma in quel tempo la problematica esisteva, e Virzì non poteva esimersi, date le sue scelte di stile e di appartenenza cinematografica, dal presentarla.

Proprio in questo, infatti, egli riprendeva e rinnovava alcuni dei codici e delle istanze della “commedia all’italiana”, che precisamente in quegli anni, per di più, venivano studiati e per molti versi categorizzati.

Virzì si proponeva allora un compito in effetti assai difficile. Quello di mantenere le strutture portanti di un genere che era nato e si era formato come molto strettamente legato alle caratteristiche della società in cui aveva trovato la sua canonizzazione in qualità appunto di “genere”.
Per alcuni versi, in sostanza, si trattava di modificare la sfera del rappresentabile, senza tradire i meccanismi che la reggevano, bensì adattandoli al nuovo contesto.
Per il motivo, in effetti in sé assai scontato, che in 40 anni il contesto quotidiano e sociale aveva subito delle trasformazioni a volte radicali, e il non prenderle in considerazione sarebbe potuto risultare disonesto e fuorviante.

Ci parlò dunque, Virzì, di quei tempi suoi, dell’inizio di una decadenza già tuttavia ben formata e in atto, scegliendo il registro del dolce amaro.
In un film di certo non epocale, ma ottimamente rappresentativo, secondo i canoni che si era scelto, della realtà in cui era nato e collocava la rappresentazione della storia.

E nonostante alcuni chiari difetti.
Come l’uso (palesemente forzato) di congiuntivi sballati; scelta di cui s’intravede l’artificiosità, e presa forse per la volontà di suscitare una risata facile.
Artificiosità in quanto Virzì dimostra altrove che le sue capacità sanno andare oltre il ricorso a questo tipo di comicità di grana un po’ grossa: nella scena divenuta celeberrima del “ma chi cazzo è Kaurismaki”, in cui il regista allontana la macchina da presa per sottrarre grevità.

Per lo stesso motivo, probabilmente, ossia la volontà di strizzare l’occhio a una fascia di pubblico più vasta, la protagonista parla in maniera eccessivamente spropositata di “retorica” quando ancora il sindacalista le racconta le esperienze paterne degli scioperi a Torino.
Non si comprende perché Virzì sembri mancare di coraggio. Non stava rappresentando la conversazione in maniera grottesca, ma seria, e prima si era capito che la protagonista è quella che riporta la sua voce (sebbene indirettamente); appare dunque ingiustificato che non le faccia approvare in toto le “cose vere” che sta dicendo Mastandrea, le stesse che, si intuisce chiaramente, Virzì stesso pensa. Queste cose si notano.

Penso sia doveroso, in ogni caso, chiudere con la lucida considerazione di Leonardo: “E gli ideali, la solidarietà, la politica e la stessa cultura, sono cose di cui si è sentito parlare solo da lontano”.

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Blog Action

aprile 2, 2008 at 1:12 am (BlogAction)

Ai partiti politici, ai politici italiani, agli organi di informazione, alla cittadinanza tutta

Questa lettera nasce da uno sforzo collettivo di cittadini italiani della Rete, che si sono confrontati in maniera concreta e proficua usando i mezzi offerti dal social network e partendo da un approccio comune e condiviso, al di là dell’appartenenza politica di ciascuno, per agire attivamente nell’attuale contesto politico e socioculturale.Vogliamo richiamare l’attenzione di chi ci governa, degli organi d’informazione e delle istituzioni verso quelli che dovrebbero essere i principali obiettivi di una politica civile, etica e basata sul bene comune.

La tutela dei valori costituzionali del nostro Paese: laicità dello Stato; diritto al lavoro e alla sicurezza sul lavoro; diritto di scelta per la propria salute e tutela della stessa, per tutti; informazione libera, pluralista e basata sulle interazioni.
L’adempimento del mandato elettorale per il quale si viene eletti e del quale i cittadini elettori sono costantemente giudici. Tale adempimento dovrebbe rappresentare una condizione minima, senza la quale “fare politica” diventa semplicemente un modo per raggiungere obiettivi personali e di potere.
La risoluzione di emergenze sociali, tra cui (ne citiamo solo alcune): impatto ambientale dei rifiuti; sistema della Sanità; aiuti alle famiglie e tutela della maternità, attraverso sussidi e asili nido in numero sufficiente; sistema dell’Istruzione e della scuola e scollamento tra questo e il mondo del lavoro; precarietà diffusa e formalizzazione del salario minimo legale.
L’attuazione di riforme politiche non più procrastinabili, quali: l’immediata risoluzione del conflitto d’interessi; una seria riforma del sistema elettorale che impedisca le nomine dall’alto dei parlamentari attraverso l’indicazione della propria preferenza sulla scheda; la decisione sulla non eleggibilità di cittadini, se condannati in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale.

Crediamo che fare politica, nel senso etimologico e più nobile del termine, comporti soprattutto fornire un esempio etico, culturale e di serietà ai cittadini che si governano, e che costituisca un ruolo da non sperperare in inutili e volgari liti, dichiarazioni razziste, aggressioni fisiche; questi comportamenti impoveriscono tutti, sia in un contesto interno alla nazione, sia rispetto all’immagine che essa deve offrire al resto del mondo.

Dal momento che Voi siete chiamati a rappresentarci, dovreste porvi come portavoce di coloro che vivono la realtà quotidiana e trasmettono le sue problematiche concrete.

Pretendiamo che la politica torni a essere un servizio alla collettività e che nel fare questo rispetti alcuni precisi standard di correttezza, buona educazione civica, coerenza e chiarezza.

Noi non siamo solo numeri.
Non vogliamo assistere impotenti alla banalizzazione delle parole che non si trasformano in fatti coerenti e responsabili.
Noi siamo quelli che votano. Quelli che scelgono. Quelli che criticano. Quelli che domandano. Quelli che giudicano.

Noi siamo coloro a cui dovete rispondere del Vostro operato, ogni giorno, in qualsiasi momento.
Attueremo un controllo serrato sulle azioni della prossima legislatura e daremo ampio risalto sui nostri blog di ciò che di buono e di cattivo verrà fatto.

Siamo in grado di criticare l’informazione, di valutare l’attuazione del programma elettorale, di giudicare sui fatti e non sulle promesse e sulle favole.

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    Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street

    aprile 1, 2008 at 6:01 pm (Cinema, recensioni, ritardatario)

    Il film è stato ripreso da un musical, con accorciamenti e adattamenti volti a centrare maggiormente l’attenzione sul dramma del protagonista, sul rappresentarlo come una figura solitaria, con il pensiero perennemente rivolto al suo dolore e alla sua vendetta.

    Di qui l’eliminazione del “coro”.

    Del musical vengono tuttavia mantenute, sebbene anch’esse accorciate, molte delle splendide canzoni. Rafforzate inoltre, nel loro impatto, da una quadruplicazione degli strumenti (e dei musicisti).

    Le canzoni stesse vengono magnificamente performate, sebbene sia Depp sia la Carter fossero alla prima esperienza in tale ambito.
    Due personaggi superlativi, assai difficilmente dimenticabili. In una interpretazione molto sentita, soprattutto a mio avviso da Depp, nonostante a volte un’apparente artificiosità e cartonazione del Barbiere, come nella scena del sogno a occhi aperti di Mrs. Lovett, l’unica luminosa, molto spiccatamente burtoniana per quanto riguarda gli elementi scenografici e coloristici.

    E ottimi anche i comprimari, dal giudice Turpin al ragazzo Anthony Hope.

    E si badi proprio ai nomi, in una Londra anche peraltro dickensiana; e cupa, fumosa, oscura.
    Caratteristiche che appartengono all’intero film, il più violento e feroce di Burton.

    Manca del tutto lo humour, per quanto nero, che compariva invece a più riprese nelle precedenti opere.
    Il controbilanciamento tonale che altrove veniva appunto offerto anche dallo humour, e che trovo costituire una delle marche di Burton, potrebbe qua, in apparenza, estrinsecarsi dalle caratteristiche estetiche del genere stesso del musical.
    Tuttavia, il fatto che si canti crea più un effetto di paradosso, piuttosto che di dialettico contrasto e di stemperamento.

    Allo stesso modo, l’atmosfera estremamente cupa sembra avvolgere in sé anche le tipiche plasticosità scenografiche, svuotandole di buona parte del loro effetto dialettico di artificiosità.

    E il sangue è rosso chiaro, sgorga a fiumi dalle gole tagliate con colpi secchi, gesti irrealistici, ma che tuttavia colpiscono le sensibilità nel profondo, si configurano come emozionali.

    Forse il vero elemento dialettico, la burtonianità dell’enunciato immediatezza/artificio, qua si trovano più a fondo, vengono veicolati da un elemento metatestuale, ossia l’uso del genere molto cinematografico del musical (e non dal musical in sé, come si diceva sopra).
    Forse.

    Resta il fatto che in questo film le due anime, che altrove erano state presentate in maniere più scopertamente manicheiste, sembrano compenetrarsi più a fondo, andare a costituire, fondendosi, la spina dorsale dell’intera operazione.

    Di capolavoro, si tratta.

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