Terry Gilliam, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009)
Da queste parti si vuole un gran bene a Terry Gilliam, di certo lo si ammira moltissimo, e si spera e ci si augura che ce la faccia.
Allora si segue con attenzione questo carrozzone di cantastorie e circensi, che rimanda a tradizioni neanche così lontane ma lo stesso antichissime, e che però manca totalmente di ritmo (e forse lo sa o di certo se ne frega) e gira a mille con il cambio in folle.
E si fa bene a restare, a godersi i particolari e i dettagli, anche di scenografie e costumi, che riempiono le scene, gioia e abbondanza senza dover pensare agli horror vacui, perché nella chiamiamola seconda parte l’immaginazione esplode, le situazioni pure, la storia e le storie assumono un senso e vi procedono.
Non possono fare altro, in fondo. Così, anche la riflessione sul loro stesso statuto può acquisire il suo senso compiuto.
E il diavolo non può ingannare, in quanto delle storie ha bisogno anche lui. Anzi, lui più di tutti, perché in un mondo privo di difetti e di peccati, e del desiderio di eliminarli, non ci sarebbe bisogno di narrazioni.
Woody Allen, Basta che funzioni (2009)
Alla fine anche stavolta ho ceduto, e mi sono lasciato convincere, peraltro da me, ad andare a vedere il nuovo film di Woody Allen.
Va be’, hanno avuto grosso peso gli apprezzamenti, e New York, e vecchio stile (e scritto 30 anni fa!!, quando si era in ottima forma), e cose così.
Perché io sono uno di quelli che Vicky Cristina argh, e visto che fai un film all’anno mica li puoi imbroccare tutti, ci sono stati registi con una continuità superiore alla tua, ciò non toglie niente alle tue opere migliori e ottime, e anche se sei abilissimo nella costruzione delle scene e nelle inquadrature cosa c’entra, certo meglio così, bravo, ma non basta. (Non basta soprattutto in film come i tuoi, di importante scrittura.)
E qui l’hai imbroccata di nuovo, prima mezz’ora abbondante si ride di gusto, e cos’altro aggiungere se non quanto detto e ripetuto da più parti: eteronimia, rovesciamenti, quarte pareti, New York, vecchio stile.
Mosaico, tasselli, quadro d’insieme di tutti i film.
Ma leggerezza, tanto avvertibile nella recitazione quanto in apparenza assente dai discorsi del protagonista, assente nella teorica carta: per cui, corrispondenza strutturale e concettuale, così come avviene con i rovesciamenti, tra racconto e narrazione, con al centro quel qualcosa che continuamente sfugge, non si può afferrare, chiamiamolo stregoneria o amore, ineffabile e indefinibile.
Enzo G. Castellari, La via della droga (1977)
La via della droga si dispiega tra Cartagena, Hong Kong, Amsterdam, Roma e New York, in flash successivi nei titoli di apertura. Con Fabio Testi che spunta ovunque e fa la sua parte, tra l’atletico e il cow-boy.
Si capisce, all’aeroporto di Roma, che ha qualche tipo di rapporto con il commissario Hemmings, all’insaputa del resto della polizia, e che si trova coinvolto in maxi-operazioni che riguardano traffici di stupefacenti.
Ma poi la prima parte del film vira, e descrive gli ambienti che ruotano attorno a Gillo e a Vera, una coppia di tossicodipendenti.
Quindi Testi torna prepotentemente protagonista assoluto e sgomina tutti, mancando tuttavia della caratura e della credibilità necessarie.
Forse è più facile, per i film cosiddetti di serie B, passare il confine tra il divertimento e la boiata, tra l’artigianalità e la cialtroneria, tra la disattenzione programmatica e l’umorismo involontario.
O forse, per questo La via della droga si è verificato un concorso sfortunato di cause, dalla fastidiosa superficialità sociologica alla sceneggiatura lacunosa e con forzature, dalla cattiva gestione dei personaggi (e direzione degli attori) agli improbabili raccordi tra sequenze narrative, e perfino (per Castellari!) indecisioni nel montaggio e staticità delle scene.
Castellari riesce a mettere delle pezze, con i consueti disposizione e utilizzo degli spazi e con qualche sparatoria stile western, ma stavolta risultano poca cosa e comunque insufficienti nell’economia globale del film.
[Recensione comparsa anche qua, con qualche dettaglio in più.]
Enzo G. Castellari, Il cittadino si ribella (1974)
“Italiani ribellatevi”, recita un cartello di epoca partigiana nella casa svaligiata all’inizio del film.
Trenta anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, l’Italia sarebbe sottoposta a una morsa simile a quella fascista da parte della criminalità, nell’azzardato parallelo posto dal film.
Ecco allora, nei titoli di apertura, una serie di operazioni criminose, comuni in quel periodo degli anni Settanta del Novecento, che sfocia nella rapina alle poste in cui sarà coinvolto, e successivamente mazziato, l’ingegnere Carlo Antonelli.
Che però è orgoglioso e reattivo, e si sostituirà a una polizia un po’ imbelle nella ricerca e punizione dei colpevoli.
L’attrattiva principale del film resta ovviamente l’azione, che Castellari rende con grande perizia nell’uso di inquadrature e nel montaggio. Tuttavia, si trovano un po’ di attenzione e di acume in più rispetto ad altri poliziotteschi, per prima cosa nella mancanza, nonostante le apparenze, di un forte manicheismo, seppure si risenta di quella certa superficialità e di quel certo qualunquismo tipici del genere.
È vero, infatti, che c’è il topos del piccolo criminale “buono” che ruba per mangiare perché la vita ve lo ha costretto, ma è anche vero che sia il protagonista sia la polizia qua hanno ruoli e personalità più sfumati. Il primo cerca la giustizia e muove sospetti motivati verso l’operato della seconda, benché sia indubbio che si tratti di una testa calda un po’ incosciente e che sia spinto anche da un orgoglio e da una autodeterminazione piuttosto piccolo-borghesi. La polizia, dal proprio canto, appare sì impotente e forse collusa, anche per l’adombramento di motivazioni di carattere superiore, ma nei panni del commissario si mostra riflessiva, cosciente e di buon senso nell’instillare il dubbio sulla convenienza, morale e materiale, del farsi giustizia da soli.
[Altra versione di questo articolo]
Enzo G. Castellari, The Inglorious Bastards (1977)
Il senso del film di Castellari, in fondo, è manifestato dalle immagini che scorrono sotto gli opening credits, che saranno poi anche quelle per i titoli di coda: uomini/figurine che saltano e fanno acrobazie.
E il contesto per tale senso, per così dire, è espresso molto meglio da questa versione originale americana, piuttosto che dall’italiano Quel maledetto treno blindato. I dialoghi originali, infatti, ripetono e calcano più spesso sul termine “bastard”, oltre a connotare più riccamente il suo significato (in italiano, la voce fuori campo di un personaggio dice che il tenente protagonista è stato arrestato per avere rifiutato di bombardare civili, tra cui donne e bambini, mentre nell’originale aveva semplicemente “preso in prestito” l’aereo assegnato a lui per andare a trovare la sua ragazza a Londra…).
La trama è solo una scusa.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Francia meridionale, un gruppo di militari americani disertori, ladri e assassini viene condannato alla fucilazione, ma durante il trasporto verso il luogo dell’esecuzione alcuni di loro, complice un attacco tedesco, riescono a liberarsi e decidono di raggiungere insieme la neutrale Svizzera.
Parte così una serie di avventure/episodi, raccordati in maniera anche approssimativa (su tutti, quello con l’incontro con le tedesche è lasciato cadere così), tra cui l’assalto al “treno blindato” della miope distribuzione italiana è solo il più lungo e conclusivo (anche all’interno di questa sequenza narrativa, peraltro, viene mantenuta la struttura episodica).
Perché, come si accennava, a importare è *l’azione*, sono le sparatorie, le esplosioni, con contorno di uomini che saltano per aria, che crivellati di colpi riescono a girarsi, puntare l’arma e reagire sparando a loro volta.
Il tutto a ritmo serrato, con una ricercata e accorta disposizione degli spazi nelle inquadrature (prese anche con quattro o cinque macchine in diverse angolazioni), e con un montaggio incisivo, che comprende l’abile utilizzo dell’alternanza di tempi canonici e ralenti.
Ne facessero ancora, di film così, in Italia.
Castellari riesce a trasmettere tutta la sua vitalità e il suo entusiasmo, e non pare dunque un caso l’apprezzamento di Tarantino.
Il nostro Paese, invece, non ha saputo valorizzare le potenzialità e l’inventiva di questo come di altri filoni di “serie B”, che ora trovano preclusi gli spazi della produzione (e della distribuzione) e sono confinati nei ritmi per lo più televisivi delle mini-serie.
[Questo articolo è comparso anche qua.]
Neill Blomkamp, District 9 (2009)
“La nave (aliena) non si fermò su Manhattan o su Washington o su Chicago, ma procedette fino a fermarsi esattamente sulla città di Johannesburg”.
Questo avviene, probabilmente, perché così gli eventi successivi potranno rimandare alla vera storia del District 6, in modo da rendere più chiara e più forte la linea metaforica che coinvolge Apartheid, uso distorto e per fini propagandistici dei media, ottusità dei militari, aberrazioni delle multinazionali che si coprono dietro sedicenti intenti civili, e in sostanza cattiverie ed egoismi umani al completo, con contorno di falsità e di nepotismi.
[Continua]
Susanna Nicchiarelli, Cosmonauta (2009)
Il timore più grande nei riguardi di questo film era che riducesse il comunismo italiano del secondo dopoguerra alla cifra della semplificazione più o meno barzellettistica.
Timore fugato del tutto, per fortuna.
Perché Cosmonauta è per prima cosa una commedia tenera, con un tocco à la francese nella delicatezza dei toni e nel tratteggio dei personaggi, a cui si aggiungono una mimica e una romanità prettamente (e ovviamente) italiane ma pur sempre lievi, sotto le righe ma riconoscibili in quanto tali.
Lo sfondo dell’ambiente politico è comunque presente e a volte non è neanche tanto sfondo: non resta inerte, bensì impronta diversi passaggi della trama, che ne risulta immersa, quindi, in una maniera non passiva.
Sebbene forse, più che altro, a venire fuori sottotraccia sia la questione femminile.
Si rimane infatti colpiti dalla differenza dei caratteri della ragazza protagonista e di sua madre; e anche se da una parte le situazioni vissute dalla ragazza vengono contestualizzate anche verbalmente e più di una volta nel periodo politico, mentre per quanto riguarda il piano storico-sociale la questione femminile sarebbe esplosa in tutta la sua portata, in Italia, qualche anno più tardi rispetto all’ambientazione del film, non credo si rischi la sovrainterpretazione se si pensa che di tale questione potrebbe venire inscenato un prodromo, una avvisaglia.
Un film tenero, in sostanza e come già detto, ma allo stesso tempo ricco e stratificato.
Nicchiarelli appare una regista da seguire con attenzione, considerando anche la vis sperimentativa che mostra, a livello linguistico personale, nel cortometraggio che anticipa il film.
Werner Herzog, Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (2009)
Herzog ha dichiarato di non avere mai visto il film di Abel Ferrara.
Io lo vidi tipo una decina di anni fa, e a parte Keitel disturbato e Ferrara disturbatissimo, non ricordo niente.
Frega a qualcuno? No.
Acqua. Prima sporca, libera a ricoprire devastazioni, poi tranquilla e rinchiusa. Ma pur sempre acqua.
Luci e ombre, da un ufficio sempre con quelle serrandine tirate, i volti e gli ambienti graticolati; spesso la faccia di Cage divisa letteralmente in due, e pienamente illuminata quasi solo nei momenti di massima difficoltà.
Sebbene per i primi 30/40 minuti sia stato là titubante: che razza di storia inutile e senza senso è mai questa, il cui script appare già visto e rivisto e la cui sceneggiatura se ne sbatte dei raccordi e li tira via così, tanto perché in qualche modo devono starci? (Se fossero mancati del tutto, sarebbe stato un altro film, probabilmente di un altro regista; ma questo non ci interessa.)
Poi sono comparse le iguane, e allora ho capito.
Film pienamente herzoghiano, dunque, così come il personaggio protagonista gobbo sciancato e altro (benché Cage non sia Kinski ma sia Cage, e a volte sembri ricordarcelo); anche in quanto tale da vedere e decisamente con gusto; seppure forse un po’ irrisolto, probabilmente poco coeso nel trasfondere (comunicare) quel livello più profondo di realtà e quello sguardo su di esso che informano la filmografia di questo grande.
Sam Raimi, Drag Me to Hell (2009)
Questo film riconcilia con Sam Raimi dopo le pantomime di Tobey Maguire in Spider-Man 3.
Ci sono molti elementi degli horror classici nonché dell’horror classico (i cui alone e atmosfera vengono forse omaggiati nelle belle illustrazioni/incisioni dei titoli di apertura), e si assiste a una sorta di sublimazione dello stile (si può dire “poetica”?) di Raimi.
Il regista è qui indubitabilmente al suo meglio, dal momento che riesce a temperare alla perfezione la paura e lo humour, centrando la resa della prima e dosando sobriamente il secondo.
Nonostante il tappeto musicale, quasi tutte le volte, faccia capire benissimo che qualcosa di brutto accadrà (e anche l’istante preciso, in cui accadrà), e nonostante le altre volte lo spavento si possa intuire con una certa sicurezza conoscendo un minimo le regole del genere, il colpo va sempre a segno, l’emozione e il balzo sono assicurati.
(E secondo me l’acume di Raimi sta anche nel non esagerare con i rilanci immediatamente successivi, e quasi si resta favorevolmente stupiti quando evita i sovraccarichi che probabilmente avrebbe utilizzato un regista meno abile.)
Anche sul versante umoristico sono assenti eccessi e caciaronate, benché guizzi qua e là l’impronta burlesca e fanfarona.
E non mancano strizzate d’occhio a certo impegno metaforico, con il comportamento della protagonista verso la vecchia zingara e, più sottilmente (ma senza che questi divengano temi trainanti), con l’allusione al reale valore di una moneta del 1929.
Drag Me to Hell, in sostanza, non può non riavvicinare alla sala, e va assolutamente goduto al cinema.
Erik Gandini, Videocracy – Basta apparire (2009)
Il film inizia con “tutto cominciò da qui” e spogliarello di casalinga in uno studio televisivo creato dentro un bar se lo spettatore al telefono risponde correttamente a una facile domanda.
Poi si passa a raccontare dell’operaio Riccardo, e la macchina da presa, dietro precisa scelta di messa in scena, gigioneggia un po’ sulla madre. Così come, nel seguito, indugia su bimbi e su anziani dall’espressione bavosa durante uno spettacolo di signorine discinte. E Riccardo, pregno di quella cultura che il film si appresta a denunciare, confonde il cinema con la televisione, i film di Superman con gli spettacolini di Cesare Cadeo o minchiate simili.
Ciò che per intero, a mio avviso, tradisce un taglio mooriano, con tutti i suoi annessi.
Ma il film di Gandini, rispetto a quelli di Moore (o almeno gli ultimi), mostra una maggiore povertà di mezzi: ciò che non costituirebbe un difetto in sé, se tuttavia non trasudasse un certo dilettantismo. Inoltre, pecca nel ritmo, si dilunga inutilmente in inquadrature o scene che avrebbero raccontato benissimo quello che dovevano anche in un terzo del tempo o meno.
Non ho poi capito l’insistenza dei primi piani su Lele Mora a figura intera.
E le due tesi, filosofico-estetico-sociali, che il regista enuncia tramite voce off, l’una su Berlusconi e l’altra su Fabrizio Corona, mi sembrano poco o per nulla dimostrate nello svolgimento (OK, quella su Corona – che resta il peggiore – un minimo di più, forse).
Magari sono state formulate male; probabilmente il film avrebbe dovuto lasciare con più forza raccontare le immagini, avrebbe dovuto sfruttare più sapientemente il montaggio.
Insomma, avevo allenato un po’ lo stomaco prima di andare, ero quasi preparato al peggio, e invece l’urto non è stato così forte.
Mi viene quasi il dubbio di avere introiettato categorie estetiche di ricezione che mi sono state trasmesse da un mezzo di cui tuttavia ho accantonato l’utilizzo da oramai una decina di anni.
Tale mio sospetto sembra avvalorato dalle riflessioni assai condivisibili che il film ha suscitato in Andrea Inglese.
Eppure, il trailer mi aveva causato conati, e considero la canzone Silvio c’è come la parte più stomachevolmente nauseante del documentario.
Inoltre, per fugare illazioni su una mia eventuale anestetizzazione, l’effetto che *non* mi ha suscitato Videocracy è stato ottenuto in pieno da Il corpo delle donne, il minidocumentario di Lorella Zanardo.
In sostanza, le anzianette vicino a me erano lì a esclamare “che tristezza”, con le “s” e le “z” sibilanti bolognesi, ma per me è stata una occasione mezza persa.